Joe Barone e lo stadio rimasto un sogno. Ma ha scongiurato il trasloco viola

Nel 2020 i primi messaggi alla politica: arrivò alla festa dei tifosi sotto la Fiesole a bordo di una ruspa Sfumato l’impianto del club, coi suoi no a Empoli e Padovani ha fatto cambiare il programma dei lavori

Firenze, 19 marzo 2024 – «Barone-Joe», gli cantava la curva, d a subito entrata in sintonia con la massima rappresentanza della proprietà Commisso qua a Firenze. Lui applaudiva, perché puntava tutto sul ’popolo viola’: "Non c’è vita senza voi", ripeteva.

Uomo forte, sotto tutti gli aspetti, Giuseppe. Se fosse stato un calciatore, sarebbe stato un mediano, magari poco tecnico ma dal rendimento garantito, a servizio della squadra.

L’ultima dimostrazione di solidità, l’aveva mostrata quando in ballo c’era il trasferimento della Fiorentina lontano dal Franchi. Joe disse no, non si vergognò a ribadirlo davanti al gotha della politica cittadina, in un gelido vertice in prefettura.

Joe Barone
Joe Barone

Quel pomeriggio, tutti presero atto che non c’erano margini di trattativa. E la politica cittadina si adeguò a lui. Che lo abbia fatto volentieri, o di traverso, così è andata: dopo i veti al Castellani di Empoli, i mancati sì all’ipotesi Padovani, le provocazioni di Modena, il braccio destro di Rocco aveva portato a casa l’intera posta in palio.

Le ipotesi hanno sbattuto tutte contro di lui. E così, anche durante i lavori, i viola resteranno dentro il Franchi. Probabilmente il restyling non era la soluzione più gradita, né per Rocco, né per Joe. La Fiorentina made in Usa voleva uno stadio tutto suo. E pure fast fast fast. A differenza del Viola Park, quell’impresa non è riuscita, neanche al roccioso Joe.

Però ci ha provato. Eccome se ci ha provato. Facendo pure storcere qualche bocca. Come dimenticare il suo arrivo tra due ali di tifosi, a bordo di una ruspa, nel giugno del 2020. Per qualcuno fu anche troppo bulldozer, quel giorno, Joe, verso il pur sempre caro Franchi.

Ma dell’impianto di Campo di Marte odiava i gabinetti che il tempo aveva reso incivili, le infiltrazioni che facevano piovere a scroscio sotto le tribune e le curve scoperte che facevano inzuppare gli ultrà.

Voleva buttarlo giù e rifarlo nuovo. E anche lì, Nardella provò ad assecondarlo. Si arresero davanti al verdetto: l’opera del Nervi si modifica, ma non si abbatte.

Non ce l’ha fatta a vedere la nuova casa viola. Su quel progetto, uscito da un concorso internazionale bandito da Palazzo Vecchio, c’era stata timida approvazione. Forse, già a quell’epoca, il rapporto risentiva della questione Mercafir, la nicchia urbanistica che Palazzo Vecchio aveva ricavato per il futuro stadio.

Un’operazione, legata al trasferimento del mercato ortofrutticolo, che non aveva mai convinto Commisso, tant’è che, al momento di far sul serio, la Fiorentina decise di non partecipare neppure. Avevano messo gli occhi su un terreno a Campi Bisenzio e, segretamente, pure su un altro a Bagno a Ripoli. Non quello su cui è sorto il Viola Park, un altro.

Non se ne fece di nulla, ma in compenso si cementificò il rapporto con il sindaco Francesco Casini. Forse l’unico, tra i politici di queste parti, a cui Joe avrebbe dato il voto, come neanche troppo implicitamente fece capire in un video al bar del centro sportivo che provocò un mezzo terremoto. In seguito alla rottura locale, sempre per la questione stadio, aveva saldato i rapporti con il ministro Abodi e più in generale con il governo di Roma.

«Che dispiacere, ci lascia una persona perbene, appassionata e innamorata di Firenze e del calcio. Buon viaggio Joe", ha scritto il vicepremier Matteo Salvini, ospite del Viola Park appena qualche settimana fa.

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