"Mi chiamo Montanelli e sono fucecchiese. E so già che per aver iniziato da qui sarò ancora più attaccabile, perché è chiaro che io difenderò Montanelli". Inizia così la lettera aperta della professoressa Elisa Montanelli. "La notizia della statua imbrattata a Milano mi ha profondamente colpito – scrive – ma a scuotermi di più è stata l’ondata social di insulti che l’hanno ricoperto, come se d’un tratto di Montanelli, uno dei più grandi giornalisti del Novecento, fosse rimasto che una manciata di episodi e deprecabili aneddoti di vita coloniale, fascista e antirepubblicana".

La lettera prosegue riflettendo sul fatto che "chi lo imbratta di rosa è femminista, chi lo imbratta di rosso è di sinistra, chi lo imbratterà di nero sarà fascista e magari lo imbratterà perché nel 1944 fu condannato a morte per antifascismo o perché nel 1994 si scontrò con Berlusconi o perché dette del ‘babbeo’ a Licio Gelli. Montanelli era Montanelli, un intellettuale libero".

Sull’imbrattamento, "il problema è differente – scrive – Forse prima non era noto che fosse stato in Africa e avesse sposato una bambina? Forse lo ha nascosto? Ci sono dei retroscena della vita montanelliana che non conoscevamo? No". Dunque, "Montanelli era scomodo, perché voleva esserlo – conclude – Faceva discutere da vivo e fa discutere da morto, ma appoggio l’intellettuale che fu".