Il ritrovamento del corpo
Il ritrovamento del corpo

Firenze, 23 maggio 2020 - "Abbiamo fatto la spesa insieme, poi in auto abbiamo litigato. Ho perso la testa. Stavamo insieme ma non ce la facevo più, mi aveva chiesto molti soldi durante il lockdown". È la confessione fatta da Francesco Borgheresi, 41 anni, fiorentino, fermato ieri dalla polizia nel parcheggio di un supermercato alla periferia di Cuneo, che ha poi ammesso di aver sparato e ucciso la compagna Mihaela Apostolides, 41enne di origini romene. Dopo essere stato portato in ospedale, dove gli è stata estratta dalla mano sinistra una pallottola che si è sparato nella colluttazione con la vittima, l'uomo è nel carcere di Cuneo. La vittima era in Italia da 15 anni, abitava a Cuneo, dopo un periodo a Saluzzo, e lavorava in bar e locali notturni.

Durante il lockdown ha condiviso con la sorella un alloggio in una frazione di Cuneo. Lo stesso dove ha passato la notte di giovedì con l'uomo, un militare. Borgheresi, appassionato di armi, era partito da Firenze per rivederla. Con sé aveva due pistole e tante munizioni, trovate e sequestrate dalla polizia scientifica. Una calibro 6,35, l'arma con cui ha ucciso la donna, trovata nell'abitacolo. L'altra, un revolver, era nel bagagliaio, dove c'era anche uno zaino del terzo reggimento alpini. L'uomo, divorziato, è dipendente dell'Istituto cartografico di Firenze. Aveva chiesto il trasferimento per stare vicino ai genitori. Dopo l'interrogatorio col sostituto procuratore Alberto Braghin, sono in corso gli accertamenti sui cellulari della coppia, oltre a una perquisizione della polizia nella casa del militare a Firenze.

Francesco Borgheresi è nato nel 1978 nella comunità agricola del Forteto di Vicchio del Mugello (Firenze), dove è vissuto fino all'età di 20 anni. E' quanto fa sapere l'Associazione vittime del Forteto. Borgheresi non era uno dei bambini affidati dal Tribunale di Firenze alla cooperativa-setta del 'guru' Rodolfo Fiesoli, detto il Profeta, condannato a 14 anni e 10 mesi per abusi sessuali in via definitiva dalla Cassazione il 6 novembre 2019 (ora sta scontando la pena nel carcere di Padova), ma figlio di "una socia fondatrice di quella che per 40 anni è stata considerata una comunità taumaturgica per minori e disabili".

"In ottemperanza al sacro dogma forfetiano del rifiuto della famiglia di origine - si legge in un comunicato dell'Associazione delle vittime - Borgheresi non è stato cresciuto dalla madre ma affidato dal Fiesoli ad una madre 'funzionale', Daniela Tardani". La madre naturale è Giovanna Leoncini, ex docente universitaria di geografia, fedelissima di Rodolfo Fiesoli e assertrice della teoria della "famiglia funzionale" praticata nella comunità. Sarebbe stata lei, secondo molti testimoni, a coniare il nome della cooperativa/setta, "Il Forteto", cioè il luogo più intricato, nascosto, buio e difficilmente raggiungibile del bosco.

Giovanna Leoncini era incinta quando arrivò nella comunità di Vicchio del Mugello. Suo figlio Francesco Borgheresi, testimone di accusa nel processo a Fiesoli e ai suoi complici, è stato uno dei primi fuggitivi e ha raccontato vicende terribili sulla sua educazione al Forteto: riuscì con non poche difficoltà a partire per il servizio militare proprio per scappare da quella setta. Da allora divenne militare, rimanendo a Pinerolo. La madre naturale, invece, anche al processo è sempre rimasta fedele alla comunità-setta del "Profeta" Rodolfo Fiesoli e ne ha difeso gli ideali, negando violenze fisiche e morali, sfruttamento del lavoro minorile, manovre per tagliare ogni rapporto fra i bambini in affidamento e le famiglie. Ha raccontato anche che fra Fiesoli e suo figlio Francesco c'era un buon rapporto. La madre "funzionale" Daniela Tardani è stata condannata nel recente processo sugli abusi sessuali al Forteto con sentenza definitiva a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Dagli atti processuali risulta che accompagnava i bambini affidati dal giudice minorile in camera del Fiesoli per fargli "togliere la materialità".

"Non basta il commissariamento, non basta istituire commissioni d'inchiesta regionali e parlamentari, non bastano le sentenze, i progetti assistenziali, i convegni, le scuse delle istituzioni, gli attestati alle vittime, non basta riconoscere di avere sbagliato. Quando si crea un corto circuito occorre ripararlo - continua l'Associazione delle vittime del Forteto - Se si vuole evitare che accadano ancora fatti come quello di ieri il Forteto deve essere chiuso per sempre, cancellato il nome legato a quelle orrende nefandezze e le vittime devono essere assistite adeguatamente e risarcite. non bastano le scuse: chiudere, assistere le vittime e risarcire il danno provocato".

Sulla vicenda della comunità-setta del Forteto, che è stato commissariata, è stata di recente insediata una commissione parlamentare d'inchiesta chiamata a far luce sui fatti accaduti in oltre 40 anni nella comunità, dalla fondazione a oggi. Lo scorso 6 febbraio Angela Anna Bruna Piarulli (M5s) è stata eletta presidente della commissione di inchiesta. Vicepresidenti sono stati eletti il senatore Manuel Vescovi (Lega) e la deputato Lucia Ciampi (Pd). Segretari sono la senatrice Caterina Biti (Pd) e Fiammetta Modena (Fi).