Firenze, 23 novembre 2020 - Il solicino delle tre scongela come può il frigorifero fiorentino – dopo la strapazzata di vento è arrivato il primo giorno dei baveri alzati e del cielo blu ghiacchio – e allora sui lungarni da Piazza Ferrucci al Ponte Vecchio e di là dal piazzale Vittorio Veneto e fino agli Uffizi qualcuno fa capolino. Non tanti. Coppie giovani, ragazzi in bici, qualche famigliola. Distanze chirurgiche, sorrisi contenuti ma insomma si prova a sfangarla che è pure sempre domenica. "Mi dispiace per la...

Firenze, 23 novembre 2020 - Il solicino delle tre scongela come può il frigorifero fiorentino – dopo la strapazzata di vento è arrivato il primo giorno dei baveri alzati e del cielo blu ghiacchio – e allora sui lungarni da Piazza Ferrucci al Ponte Vecchio e di là dal piazzale Vittorio Veneto e fino agli Uffizi qualcuno fa capolino. Non tanti. Coppie giovani, ragazzi in bici, qualche famigliola. Distanze chirurgiche, sorrisi contenuti ma insomma si prova a sfangarla che è pure sempre domenica.

"Mi dispiace per la mi’nonna, è in casa da dieci giorni" confessa un ventenne a un’amica appollaiata sulla spalletta davanti alla Biblioteca. "Eh anche i miei nonni, c’hanno paura. Stanno a Coverciano e la spesa gli si fa noi, però sono giù poverini". C’è silenzio, civiltà, discrezione. La grande assente è l’allegria, marchio di fabbrica di una città che stenta a riconoscersi. E se lungo l’Arno un po’ d’animo c’è, il centro fa spavento. Il sole è giù e Santa Croce è una cattedrale nel silenzio. C’è Dante, giusto lui, che se potesse il Covid lo spedirebbe all’inferno.

Disarmante e meravigliosa piazza del Duomo, qualche passante in via dei Calzaiuoli, stravuota piazza Signoria. Virginia ha una bella mascherina colorato, dagli occhi s’intuisce che pensa positivo. Nonostante tutto. "Che dire? – sospira – Non vedo l’ora di riaprire il mio negozio in Porta Rossa".

Ce la facciamo? Ma sì che ce la facciamo, diciamocelo almeno per farci forza. Alle quattro prendiamo un caffè per scaldarci le mani in via Cavour. Un passaggio di gel sulle mani e si ordina dal banchino di plastica. Il barista salta su dalla sedia.

"Prego?". "Un caffè". "Un attimo e glielo porto". C’è gentilezza perché il messaggio è passato: o si rema tutti nella stessa direzione o si sbanda definitivamente. "Può berlo qui vicino, ma davanti non si può mi dispiace" ci ricorda quasi scusandosi. Ci appoggiamo a un palo, son temi così.

Via Calzaiuoli ha delle luci spettacolari. Tirano un po’ su di morale. Non Alessio che storce la bocca: "Le avrei fatte un po’ più spartane, il contrasto tra questa super coreagrafia e il vuoto è sgradevole". Punti di vista. Alle Cascine non c’è certo Messer Aprile ma nemmeno il casino di qualche domenica fa, quando anche Nardella sbottò ("Così non si va da nessuna parte"). Laura non si fida comunque molto: "Avevo portato i bambini qui sennò stanno davanti al pc, però ora torniamo a casa". C’è misura in tutto.

Passeggiate composte, distanze geometriche, bambini controllati. Così si fa, Firenze, così. C’è un’atmosfera triste che triste così sul taccuino dell’anima non l’abbiamo mai annotata. Ma ce la farai. Ce l’hai sempre fatta.