
Il caso è relativo a novembre 2019
Si è presentata al pronto soccorso di Careggi con vomito e un forte indebolimento fisico. Sono le 20 del 20 novembre del 2019: dopo la valutazione clinica degli infermieri gli viene assegnato il codice di urgenza minore. Passano tre ore e mezzo, la donna (82enne) viene sottoposta al prelievo del sangue: il valore glicemico ha raggiunto un livello altissimo. L’anziana è anche affetta da patologie oncologiche. Così le viene somministrato per infusione del sodio cloruro e mezz’ora dopo insulina e sodio bicarbonato. Non ci sono segni di miglioramento. All’una e mezzo di notte la signora morirà per "grave acidosi metabolica in scompenso diabetico".
La famiglia non ci sta e ricorre alle vie legali, facendo causa a Careggi per errore medico. Gli avvocati Cesare Pucci e Simone Maino, contestano gravi omissioni colpose che avrebbero causato la morte della paziente. Più in particolare, al momento del triage è stata "clamorosamente errata la valutazione del livello di gravità delle condizioni della paziente". Come del resto sarebbe stata errata la somministrazione di insulina "ad azione intermedia invece che rapida", come spiegano anche i consulenti tecnici nel loro rapporto. Sminuita, secondo i due legali, è stata anche la cartella clinica della donna.
Da questo la richiesta di risarcimento del danno da "lesione della chance di sopravvivenza" e da "lesione della perdita di chance di conservazione del rapporto parentale".
Il giudice Massimo Sturiale, della quarta sezione civile di Firenze, nella sua sentenza ha però rigettato la domanda risarcitoria, spiegando che "tra le omissioni contestate e l’evento della morte non sussista alcun nesso di casualità".
Nonostante venga riconosciuto che "il contegno dei sanitari non è pienamente rispondente alle regole dell’ars medica", l’accertamento sulla causa della morte deve tenere conto "delle condizioni della paziente, affetta da neoplasia polmonare e sottoposta a multiple linee di terapie".
La decisione del giudice fa perno anche sulla relazione dei consulenti, che evidenziano da un lato lo "stato clinico della paziente" e dall’altro "le sue peculiari condizioni" che erano tali da ritenere che se anche i medici si fossero attenuti a un protocollo terapeutico corretto, ciò non sarebbe stato in grado di evitare la morte. In altre parole: c’è stato l’errore, ma viste le condizioni della donna, con "molta probabilità", non era possibile fare di più. Gli avvocati, intanto, preparano il ricorso alla Corte di appello civile.
Pie. meca.