Leonardo Comucci nel corso di una conferenza
Leonardo Comucci nel corso di una conferenza

Firenze, 26 maggio 2020 - I fatturati azzerati delle ultime settimane, tra lockdown da Covid19 e Fase 2, cozzano contro i costi fissi - spesso insopprimibili - che le aziende agricole del nostro territorio nazionale sono costrette a sostenere, con il rischio di ritrovarsi estromesse dal mercato se il Governo non dovesse intervenire in maniera tempestiva e risoluta. A lanciare l' SOS è Leonardo Comucci, analista dell'economia delle aziende vitivinicole e presidente dell'associazione Il Santuccio di Firenze.

«Agricoltura, ristorazione, turismo, eventi fieristici, sono solo alcuni dei molti settori merceologici che oggi devono fare i conti con l’impatto prolungato del lockdown che ha bloccato l’Italia da fine febbraio - spiega Comucci -. Questa prolungata chiusura è destinata inevitabilmente a riflettersi sui futuri bilanci delle aziende vitivinicole, soprattutto tra i piccoli produttori, dove il blocco delle vendite è arrivato fino al 90%. A questo si deve aggiungere una tensione finanziaria sempre più evidente per un settore che proprio ora ha necessità di cominciare a lavorare tra i campi, ma che allo stesso tempo non riesce a incassare i pagamenti pregressi». Eppure stiamo parlando di uno dei pilastri dell’export dell’economia nazionale. «Non è mai semplice comprendere pienamente l’entità dei problemi che attanagliano il settore vinicolo - commenta l'anallista -, questo già prima dell’avvento del Coronavirus; forse per un'innata convinzione che il vino italiano sia un comparto sempre e comunque in controtendenza rispetto alle crisi economiche. Oggi, però, questa convinzione è un ricordo lontano. Un primo dato oggettivo è che ormai quasi la metà delle imprese nazionali del vino hanno bilanci in rosso, e la causa principale è da ricercare nel crollo del valore delle uve. Vi sono regioni vitivinicole dove la crisi appare sempre più forte e non riguarda solo le denominazioni meno note. I consorzi, sistema fino a ieri vincente nell’Italia del vino, somigliano sempre più a ring infuocati dove i produttori si accusano - fatture alla mano - di prezzi insostenibili dell’uva e del vino, che di fatto minano la sostenibilità economica della maggioranza delle aziende. E purtroppo non si tratta solo di prezzi bassi fissati dalle grandi aziende, dagli industriali e cooperatori - sottolinea Comucci- , ma vi sono in mezzo anche molte piccole realtà, spesso costrette a rincorrere un prezzo di vendita delle uve in rimessa sperando di poter recuperare negli anni futuri. Ma è solo un gioco al massacro che di anno in anno sacrifica le aziende meno solide e organizzate. Eppure ci sono denominazioni apparentemente vincenti in Italia e all’Estero. Potremmo pensare all'Amarone della Valpolicella, ad esempio, capace di costruirsi una immagine di solidità; oggi, invece, l’eco delle divisioni dei produttori è diventata notizia di dominio pubblico, minandone indirettamente anche le vendite all’estero. Non molto diversa la situazione anche di sua maestà Prosecco, la bollicina italiana nel Mondo, con aziende che denunciano sottovoce una situazione di prezzi insostenibile e ingiustificata». Insomma, le aziende produttrici del vino ormai in vendita non si contano più. «Se a questo aggiungiamo le aziende che già sono passate di mano in questi ultimi mesi -è il commento dell'analista-, si può facilmente capire che il silenzio e la mancanza di coesione delle parti in causa non paga. Certo è che assistiamo a un'Italia del Vino a due velocità. Le piccole imprese stritolate in un sistema più grande delle loro possibilità, e le grandi imprese vitivinicole, presenti da molte generazioni nel settore, strutturalmente organizzate per competere sui mercati esteri grazie a grandi investimenti nel marketing che promuovono con enormi sacrifici e sempre sperando nella ripresa del settore». E su questa situazione già precaria si è abbattuto anche l'uragano lockdown. «Le soluzioni “agricole” , al di là dei soliti interventi sotto forma di incentivi, crediti di imposte, rimodulazione di alcune tasse e in generale di aiuti governativi -spiega Comucci-, sono poche e ben delineate come già successo nei periodi di grande crisi: distillazione, vendemmia verde, riduzione delle rese produttive. Sono queste le uniche misure percorribili in questa fase di cortocircuito del mercato del vino, stretto tra giacenze e nuova vendemmia all’orizzonte da un lato, e una domanda in netto calo dall’altro. L’obiettivo è ancora una volta quello di cercare di ridurre la pressione dell’offerta sui prezzi. Ma come sempre non è facile far comprendere ad un produttore, soprattutto se abbiamo davanti una impresa agricola medio-piccola, che l’unica soluzione è l’ipotesi di distruggere il prodotto giunto a maturazione vanificando parte degli investimenti e soprattutto del lavoro effettuato durante l’anno. La situazione è molto complicata e finché non ripartirà la ristorazione con un turismo di qualità, il settore sarà in grande difficoltà. Al pari di altri settori che sono attualmente chiusi, quello agricolo vitivinicolo è costretto ad essere aperto, con tutti i problemi di liquidità derivanti anche dalla mancanza di flussi turistici e dalla vendita diretta in cantina, che comunque hanno sempre rappresentato negli anni una buona boccata di ossigeno per i bilanci delle aziende».

In questo scenario tutt'altro che edificante, qual è la condizione specifica delle aziende toscane? «Andando ad analizzare la situazione di una regione “impegnata nel vino” come appunto la nostra -conclude Comucci- ritroviamo tutti i problemi strutturali dell’Italia vitivinicola che oggi sono amplificati dall’emergenza Covid 19. Le aziende vitivinicole, senza gli indispensabili introiti garantiti dalle vendite di vino e dall’attività di accoglienza, si trovano a fronteggiare una forte crisi di liquidità, mettendo a rischio non solo i propri bilanci, ma anche e soprattutto la propria sopravvivenza. Il conseguente clima di sfiducia e preoccupazione hanno già portato a un forte e progressivo rallentamento degli ordini di vino, con gravi ripercussioni sul mercato nazionale e soprattutto su quello più redditizio internazionale. La situazione in questa regione è ancor più aggravata dal blocco totale dei flussi turistici, che sta avendo conseguenze importanti anche sul settore vitivinicolo».
 

Caterina Ceccuti