GIULIO ARONICA
Cultura e spettacoli

Mariana Ferratto, al Mad l'arte di resistere

"Libertà clandestine" è il titolo della mostra che racconta gli spazi di creatività artistica conquistati dai prigionieri politici reclusi nelle carceri argentine durante la dittatura di Videla

Da sinistra: Maria Ferratto, Valentina Gensini e Alessia Bettini

Da sinistra: Maria Ferratto, Valentina Gensini e Alessia Bettini

Firenze, 18 ottobre 2023 - Creare per sopravvivere. Mariana Ferratto aveva appena dieci mesi quando i suoi genitori arrivarono in Italia, in fuga dalla terribile dittatura militare del generale Jorge Rafael Videla: oggi, l'artista italo-argentina affronta i traumi individuali e collettivi di un'intera nazione che piange ancora i propri figli scomparsi, reclusi e sequestrati dal regime. Lo fa all'interno di una mostra - curata da Valentina Gensini negli spazi dell'ex carcere delle Murate - che racconta "libertà clandestine", piccoli spazi di autonomia e creatività che i prigionieri politici riuscirono a conquistare alle spalle di guardie e sentinelle.

Storie di resilienza e amicizia, la pratica artistica come atto di ribellione e ricerca di un senso comune, ma anche la necessità di "coltivare la memoria - come sottolinea l'assessore alla cultura Alessia Bettini - per promuovere la piena consapevolezza dell'orrore della violenza e la necessità di riconciliarsi con sé stessi e gli altri". Il percorso nasce dalla "residenza vinta dall'artista tramite bando per una ricerca internazionale tra Firenze, Buenos Aires, Santa Fe, Cordoba e Rosario, ed è sostenuta da Italian Council e Fondazione Cassa di Risparmio - spiega la curatrice Valentina Gensini - Il risultato è una storia di resistenza delicata e intensa, praticata attraverso l'arte, la solidarietà e l'apprendimento continuo e mutuale". 

La prima parte del progetto - intitolata "Memoria de la materia" -  si sviluppa tra la sala Anna Banti e le celle al primo piano, dove sono proposti i quattro video della serie "Tutorials", che ricostruiscono le diverse tecniche adottate e perfezionate nel tempo dai detenuti politici per realizzare oggetti artistici e di artigianato con materiali di recupero come ossa finemente lavorate, chiodi, fili colorati estratti dalle trame degli asciugamani e pezzi di lenzuola: i manufatti si raffinavano passando di mano in mano durante i trasferimenti da una prigione all'altra, e venivano portati fuori clandestinamente dal carcere per regalarli alle persone care. Non solo, perché davanti ad ogni video è stata allestita una postazione attrezzata che consente ai visitatori di mettere in pratica le immagini del tutorial, trasformando la mostra in un laboratorio permanente.

Nella sala Anna Banti, sarà invece esposto l' "Archivio dell'artigianato clandestino", formato da tavole dipinte e realizzate a collage, che classificano i vari manufatti secondo i codici stilistici dell'archeologia repertuale e riportano alcuni frammenti delle interviste; sulla parete, ventotto disegni di gesti delle mani - uno per ogni lettera dell'alfabeto - compongono l' "Abbecedario del linguaggio carcerario", che consentiva di comunicare in silenzio e a distanza in presenza di un campo visivo sufficiente. Di fronte, un palco improvvisato con elementi d'arredo sarà teatro durante l'inaugurazione di una performance, con gli attori che reciteranno utilizzando il linguaggio dei segni carcerario il frammento di una poesia scritta dai detenuti.

La parte conclusiva dell'esposizione - chiamata "Affiorare" - si sposta nell'area del carcere duro, dove ottanta piccoli fiori di argilla realizzati dagli studenti dell'Accademia delle Belle Arti accolgono il pubblico sulle scale anticipando i tre più grandi, che diffondono gli audio dei prigionieri e le loro conversazioni di fortuna attraverso viti di cuccette e tubi di fognature, corsi di teatro e trasmissioni radio improvvisate.