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25 mag 2022

Riproduzione digitale di opere d'arte, frena il ministero della Cultura

Scoppia la polemica sull'accordo che la Galleria degli Uffizi ha siglato con la società Cinello per la riproduzione di 40 opere in digitale

25 mag 2022
Il 'Tondo Doni Digitale'
Il 'Tondo Doni Digitale'
Il 'Tondo Doni Digitale'
Il 'Tondo Doni Digitale'

Firenze, 25 maggio 2022 - A dicembre 2021 l'opera d'arte digitale The Merge, realizzata dall'artista Pak, è stata venduta per più di 91 milioni di dollari. A 69 milioni di dollari è stata venduta Everydays, collage digitale con 5mila immagini del cripto artista americano Beeple. Ma cosa succede quando in formato digitale si vendono, generalmente a ricchi collezionisti, riproduzioni di inestimabili capolavori, come il Tondo Doni di Michelangelo, acquistato per 240mila euro?

Il ministero della Cultura, nel piano nazionale di digitalizzazione, ha previsto una normativa per regolare questo mondo complesso, dove ancora non sono chiare le conseguenze della riproduzione digitale di opere d'arte tra le più importanti del nostro Paese. La sottosegretaria alla Cultura, Lucia Bergonzoni, aveva già messo in guardia sullo “sfruttamento dell'immagine delle opere d'arte e le autorizzazioni per gli Nft”. Sotto la lente sarebbe finito l'accordo che la società Cinello, che ha il suo quartier generale a Firenze, ha siglato nel 2016 con i musei italiani. Tra questi anche gli Uffizi, per la riproduzione in formato digitale di una quarantina di opere tra le più note. Stasera, alle Iene, andrà in onda un servizio in cui si parlerà proprio di questo.

A proposito dell'accordo, le Gallerie degli Uffizi assicurano che, con la vendita dell'opera digitale, «i diritti non vengono in alcuna maniera alienati, il contraente non ha alcuna facoltà di impiegare le immagini concesse per mostre o altri utilizzi non autorizzati e il patrimonio rimane fermamente nelle mani della Repubblica Italiana». Inoltre, «Il legislatore ha dato delle risposte puntuali e precise» «già molto prima dell'invenzione (nel 2014) della specifica tecnologia di certificazione in questione, ovvero nella legge Ronchey del 1994, e ancora nel codice Urbani del 2004, oggi in vigore». Il contratto con Cinello è stato poi «trasmesso alla direzione generale competente a Roma nel 2017, come di prassi» senza aver «suscitato alcun commento o rilievo».

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