Agnese Pini
Agnese Pini

Firenze, 13 novembre 2019 - Si diceva una volta, fino a non troppo tempo fa: «Noi italiani non siamo razzisti». Oggi si dice: «Non siamo razzisti, vogliamo solo far rispettare le regole, quelle di casa nostra». Possiamo essere certi che sia proprio così? Dopo la scorta a Liliana Segre, dopo che anche in Toscana, a Firenze, a Siena, a Piombino, anche sotto casa di ciascuno di noi si moltiplicano quegli episodi talvolta trascurabili e spesso trascurati di intolleranza, rabbia se non proprio ferocia, corre d’obbligo fare una riflessione: davvero non siamo razzisti? Ieri mattina ci siamo svegliati con le seguenti notizie: a Siena un blitz contro una cellula di estrema destra che vagheggiava di far esplodere la moschea di Colle Val d’Elsa.

A Firenze un africano pestato da due uomini senz’altro motivo che non fosse il colore della sua pelle (i due uomini, per la cronaca, non sono italiani, ma il punto non cambia molto). A Piombino la targa del quotidiano Il Tirreno, a cui va la solidarietà de La Nazione, vandalizzata da una scritta con spray nero: «Menzogne». Sempre per la cronaca: nei giorni scorsi i colleghi del Tirreno si erano schierati molto nettamente per la concessione della cittadinanza onoraria alla Segre. Coincidenze? Non amo chi si esercita nei paragoni col passato: le persecuzioni, il nazifascismo, le discriminazioni.

È sbagliato e scivoloso fare parallelismi con mondi, equilibri, problemi, personaggi lontani decenni. Diceva un mio professore del liceo che la storia non è maestra di nulla, e aveva ragione: se la fosse, vivremmo in un’epoca perfetta. Ma se la storia non riesce a insegnarci nulla, vale nel 2019 una cosa che non valeva ottant’anni fa: noi oggi sappiamo cosa stiamo facendo. Siamo scolarizzati, consapevoli, informati. Non possiamo più credere fiduciosi ai manifesti sulla supremazia della razza, non possiamo fare finta che certe cose non siano gravi. Noi oggi abbiamo una responsabilità morale più alta di chi ci ha preceduto. E di questo dovremo rendere conto, e per questo è importante prendere posizione, dire forte e chiaro che certe cose sono sbagliate, e che se non vanno fomentate (come è ovvio) non vanno neppure tollerate, talvolta con lo snobismo di chi vorrebbe appaltare certi temi alla famigerata «sinistra radical chic». Si arriva a un certo punto in cui c’è l’obbligo di schierarsi. E il mio giornale non intende tirarsi indietro. Noi non siamo razzisti.