La direttrice de La Nazione Agnese Pini
La direttrice de La Nazione Agnese Pini

Firenze, 14 giugno 2020 - Ho letto già cento commenti negli ultimi tre giorni su Montanelli, la sua statua, le femministe, i razzisti, gli americani, Via col Vento e perfino Churchill, accanto a Trump, a George Floyd e a Cristoforo Colombo. In questa accozzaglia di odio e di personaggi, di fatti, di epoche quanto mai distanti fra loro, la cosa più bizzarra è pensare come un movimento di caratura mondiale contro il razzismo e le sue barbarie sia diventato, nella nostra piccola Italia, la triste protesta contro un giornalista. Montanelli, appunto, e la sua statua in un parco milanese, ieri notte brutalmente oltraggiata.

Accingendomi dunque a scrivere il centounesimo intervento sul medesimo tema vorrei precisare una cosa, innanzitutto: abbattere la statua di Montanelli, così come imbrattarla con vernice e ingiurie, è ridicolo, insensato, vilmente anacronistico. Suona violento e sinistro almeno quanto violenti e sinistri sono i comportamenti che gli vengono imputati. Ma non dobbiamo per questo distrarci da quel che è invece il nocciolo della questione. E cioè: statue a parte, come si fa a far progredire la storia, a evolversi, a diventare esseri umani migliori?

In molti dei commenti letti negli ultimi giorni, ho trovato questo di stonato: quanti difendevano strenuamente Montanelli e la sua statua si affannavano al contempo a sminuire le accuse a lui rivolte, in buona sostanza aver comprato e violentato una ragazzina di 12 anni mentre era un ufficiale nella guerra d’Etiopia, anno 1935. Montanelli aveva tutti gli strumenti morali, intellettuali ed etici per sapere che ciò che stava facendo era disumano, e giustificarlo - giustificare un abuso contro una dodicenne - foss’anche con la scusa del «contesto storico o sociale», oggi è semplicemente sbagliato. Montanelli merita la sua statua perché è stato un mito inarrivabile della splendida professione che ha svolto per tutta la vita.

Ciò non toglie - e va detto forte e chiaro, senza indugi - che quanto ha fatto in Africa non possa essere minimizzato: lo dobbiamo alle nostre coscienze, alle consapevolezze che la civiltà ha conquistato e sulle quali non si possono fare sconti. La frase di Montanelli che a me piace di più proviene da una delle sue corrispondenze dall’Ungheria, nel 1956. Scrisse, mentre a Budapest infuriava la battaglia: «Nessuno ha visto tutto, vi dirò solo quello che ho visto io. E scusate se vi parrà poco». Ecco il più limpido manifesto di onestà intellettuale della sua, della nostra professione. E con quella stessa onestà intellettuale noi oggi non dobbiamo affannarci a fare di Montanelli un santo, o un eroe. Non era né l’una né l’altra cosa. Come si definì lui stesso in una biografia, era solo un giornalista, ma è stato il più grande. E scusate si vi parrà poco.

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