Agnese Pini
Agnese Pini

Firenze, 10 dicembre 2019 - A portarlo via dalla pieve spaccata (una crepa longitudinale che ha diviso a metà la facciata seicentesca) ci hanno pensato i vigili del fuoco. Prima lui, poi la madonnina biancovestita con la coroncina a stelle dorate che stava vicino all’altare, e che un pompiere ha preso dolcemente tra le braccia per metterla al sicuro fuori dal perimetro dei crolli. «Se mi fosse caduto un trave sulla testa? Poco male morire così, dentro una chiesa: sarebbe stata la morte giusta per un prete». Don Stefano Ulivi è stato l’ultimo a uscire dal perimetro di case pericolanti a Barberino del Mugello, zona rossa, epicentro del terremoto che ha risvegliato antiche paure in una delle zone più sismiche del centro Italia. Quando ha sentito il boato, il parroco è uscito in strada, come tutti. Ma non appena ha visto il fendente che aveva aperto in due l’antica San Silvestro, ci si è ributtato dentro. «Come potevo non andare a vedere cosa fosse capitato alla mia pieve?».
Resta oggi la sua immagine a ricordarci la notte più lunga su queste colline sopra Firenze: il prete con la faccia stremata, alle spalle il crepaccio, e poi i fedeli tutti intorno. «Sono io che dovrei portare conforto a loro, invece sono loro a consolare me». Don Stefano non è stato né un eroe né uno sciocco: per essere eroi ci vuole premeditazione, per essere sciocchi assenza di cuore. Il prete di San Silvestro ha invece mostrato ciò che nelle tragedie ci tiene vivi, il legame con la nostra identità più profonda che è fatta di ricordi, di luoghi e di cose.
C’è chi è disposto a morire per tutto questo. Chiamatelo, se volete, coraggio. A me piace chiamarla fede.
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