I vigili del fuoco a Levane
I vigili del fuoco a Levane

Arezzo, 22 aprile 2020 - Una villetta marrone, due piani e la mansarda. Da lì è scappato fuori nudo un uomo stravolto in viso mentre le urla di un bambino attiravano le attenzioni di una vicina di casa. Lei si è affacciata alla finestra e ha visto Billal Miak con una lama in mano, somigliava a un machete, racconterà la donna. Sono da poco passate le 12 e in via Togliatti a Levane, nella zona sportiva della frazione divisa a metà fra Montevarchi e Bucine (qui siamo a Bucine), si apriva in quel preciso istante una terribile pagina nera.

Lo squarcio di orrore di una bambina morta sgozzata per la furia omicida del padre. Avrebbe compiuto 4 anni a novembre la piccola Jannatun. A Levane era arrivata circa un anno fa da Palermo con il babbo, la mamma e un fratellino di di 12 anni. Billal, immigrato del Bangladesh, aveva trovato lavoro nella fabbrichetta di un connazionale, ripulitura metalli nel ramo orafo, ma causa Covid era a casa da quasi due mesi, in cassa integrazione.

Isolamento, stress, problemi economici (la moglie non lavora) e chissà che altro, hanno fatto da detonatore alla crisi che covava da tempo. Era nervoso, raccontano i vicini che nelle ultime due settimane lo avevano sentito spesso urlare. Se n’era accorta la moglie che aveva anche consultato un medico. Poi, all’improvviso, l’esplosione di follia.

Non è facile ricostruire ciò che è successo nella mansarda, costituita da uno stanzone diviso da un armadio e da due locali più piccoli. La moglie di Miak era uscita per fare la spesa, il marito era solo insieme ai due bambini. Senza più controllo, deve aver afferrato il coltellaccio e infierito sulla piccola; ma avrebbe voluto proseguire nella strage. Si è scagliato contro il figlio dodicenne, lo ha colpito di striscio più volte al viso, ma lui si è divincolato, ha urlato con quanto fiato aveva in gola, è scappato ed è andato a rifugiarsi nell’appartamento di un vicino. Il padre, fuori di sé, esce dalla villetta.

Lo vedono in diversi, lo sguardo perduto nel vuoto, la mano che impugna ancora la lama. Lì davanti, a pochi passi dall’ingresso, c’è uno spiazzo verde che ospita un profondo pozzo. Billal ci va diretto e giù, si lascia cadere nell’acqua limacciosa, nel tentativo di chiudere così, insieme alla sua vita, anche i conti con un gesto insensato. Da qui comincia un’altra storia.

E’ partito l’allarme e da tutto il Valdarno confluiscono a Levane i carabinieri della Compagnia di San Giovanni e di tutte le stazioni. Arriva anche il colonnello Vincenzo Franzese, comandante provinciale, e poco più tardi ecco il pubblico ministero Laura Taddei. Arrivano pure i vigili del fuoco: Billal non è morto, è ancora imprigionato nel pozzo, si dibatte nell’acqua. Con la fune si cala il subacqueo, il bengalese è tirato fuori e portato di corsa all’ospedale della Gruccia.

Non è grave, codice giallo, lo stesso con il quale è stato medicato il figlio ferito al volto: presenta numerosi tagli, per fortuna tutti superficiali. Per l’omicida si stanno per spalancare le porte del carcere. La mamma è in casa. Inebetita. Non sa dare una spiegazione e forse una spiegazione vera non c’è.

C’è probabilmente un sedimento di angosce, pregresse e del presente, che la quarantena prolungata ha fatto deflagrare, complice una situazione economica precaria. E soprattutto c’è Jannatun, una bambina innocente, vittima della mano che invece avrebbe dovuto proteggerla dalle insidie del mondo. Vittima di una tragedia che lascia senza fiato.