Vasari, storie in dialetto. Quando Brunelleschi fece perdere l’appetito a Donatello per un Cristo

L’aretino è una lingua utilizzata nelle "Vite" dove si racconta anche della lite fra i due grandi personaggi per un crocifisso in legno. Ma i tempi non tornano.

Vasari, storie in dialetto. Quando Brunelleschi fece perdere l’appetito a Donatello per un Cristo

Vasari, storie in dialetto. Quando Brunelleschi fece perdere l’appetito a Donatello per un Cristo

Santori

Quando aretini e fiorentini nella fatale giornata di San Barnaba dell’11 giugno 1289 si fronteggiarono a Campaldino non avevano diversi soltanto gli interessi e l’orientamento politico, ma anche il linguaggio. Sì, perché già nel Duecento il linguaggio aretino aveva certi tratti municipali propri che si sarebbero poi lentamente persi in un generale adeguamento all’uso fiorentino.

Gli aretini pertanto combatterono non con le unghie, ma con le onghie (per mancanza di anafonesi) e coi denti, raccomandandosi a Deo (per mancata chiusura delle vocali toniche in iato) più che a Dio.

Sono grato ad Andrea Franceschetti che ha sottolineato in queste colonne la presenza, sia pur sporadica, nelle “Vite” di alcune parole del più schietto uso aretino come l’alternanza di grillanda, dipignere (depegnere nel vocabolario del Redi), drento, cignale e spegnere con metatesi (rovesciamento dell’ordine di successione di due fonemi come ng che diventa gn) per le rispettive forme fiorentine ghirlanda, dipingere, dentro, cinghiale e spengere.

Tutte le parole aretine sono caratterizzate dal fenomeno della metatesi, o spostamento di due fonemi all’interno della parola, e derivano sicuramente dallo studio elementare fatto insieme con Pietro Aretino col Pollastra, ma anche da vaste letture successive, per esempio il Poema o storia di Arezzo in terza rima di Ser Gorello, che risale al 1384 ed era sicuramente libro di lettura alla scuola del Pollastra: nel canto 11 c’è grillanda, metafora per seggio vescovile. Ben istruito dal Pollastra, il Vasari era indirizzato alla carriera di letterato: conosceva abbastanza bene il latino e aveva fatto già in giovane età vaste letture, in primis Dante, Petrarca, Boccaccio, ma anche gli scrittori toscani del Trecento e Quattrocento.

A Firenze studiò sotto Pierio Valeriano in compagnia del futuro duca Alessandro e del futuro cardinale Ippolito de’ Medici e successivamente a Roma, alla fine del 1531, frequentò Annibal Caro, Benedetto Varchi, Paolo Giovio, Francesco Maria Molza, Tolomei continuando gli studi di italiano: aveva smesso di studiare il latino quando era entrato tredicenne alla scuola di Andrea del Sarto.

Sono molto belle alcune lettere di quest’epoca. Della lingua in cui scrive così dice lo stesso Vasari: “Io ho scritto come pittore, e nella lingua che io parlo, senza altrimenti considerare se ella si è fiorentina o toscana”.

Non è proprio così perché sappiamo che in sede di correzione delle bozze si fece aiutare sistematicamente da Vincenzio Borghini e dal Giambullari, e sporadicamente da Cosimo Bartoli e Carlo Lenzoni: insomma, il meglio dell’Accademia fiorentina in fatto di lingua Di qui il fascino di una lingua con la quale arriva diretto al lettore, come se gli parlasse e di qui la tendenza continua ad inserire qua e là dei camei che sono vere e proprie novelle nel più puro stile toscano dal Sacchetti in poi.

Meravigliosa la storia del Cristo che fece passare l’appetito a Donatello. Questi fece vedere al Brunelleschi un crocifisso in legno che gli pareva bellissimo e chiese il parere al collega ed amico il quale lo derise dicendogli che aveva “messo in croce un contadino e non il corpo di Gesù Cristo il quale fu delicatissimo, et in tutte le parti il più perfetto uomo che nascesse già mai”. Donatello naturalmente la prese male e ”udendosi mordere e più a dentro che non pensava, dove sperava esser lodato” disse all’amico: “Se così facile fosse fare come giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo e non un contadino, però piglia del legno e pruova a farne uno ancor tu“.

Brunelleschi non disse nulla, ma si mise subito in segreto all’opera e dopo molti mesi di lavoro, fece il suo crocifisso. Come l’ebbe finito, lo collocò in casa sua in un punto dove fosse in bella vista e ben illuminato; quindi invitò Donatello a pranzo e comprò in Mercato vecchio uova e formaggio che consegnò all’amico dicendogli di andare a casa sua dove lo avrebbe raggiunto subito avendo un affare da sbrigare.

Donatello, ignaro, mise tutto nel grembiule e si avviò, ma quando entrò in casa del Brunelleschi e vide il crocifisso “fermatosi a considerarlo, lo trovò così perfettamente finito che, vinto e tutto pieno di stupore, aperse le mani che tenevano il grembiule, onde, cascatogli l’ova, il formaggio e l’altre robe tutte, si versò e fracassò ogni cosa”.

Brunelleschi che non aspettava altro e aveva previsto la reazione dell’amico, entrò con finta calma dicendogli: “Che disegno è il tuo, Donato? Che desineremo noi avendo tu versato ogni cosa?”. Al che Donatello, con la coda tra le gambe, rispose: “Io per me ho per istamani avuta la parte mia, se tu vuoi la tua, pigliatela. Ma non più, a te è conceduto fare i Cristi, et a me i contadini”.

Naturalmente si tratta di due capolavori, dalla diversa concezione stilistica: il Cristo contadino di Donatello si trova oggi nella Cappella Bardi in Santa Croce (ed è la rappresentazione esasperatamente realistica di un corpo contorto dal dolore), mentre il Cristo del Brunelleschi si trova in Santa Maria Novella e sembra proprio inseguire l’ideale della perfezione divina, condotto com’è all’insegna di una misurata perfezione matematica delle forme, echeggiante l’uomo ideale di Vitruvio.

Quella del Vasari è una favola divertente, smentita dalla cronologia: sembra infatti che fra le due opere intercorra una decina d’anni. I due artisti furono comunque spesso in competizione come quando gareggiarono per l’appalto delle Porte del Battistero e persero entrambi perché vinse la gara il terzo incomodo, cioè il Ghiberti, l’immortale autore della Porta del Paradiso.