Cresce l'export dell'abbigliamento
Cresce l'export dell'abbigliamento

Arezzo, 2 aprile 2020 - E’ come un temporale ogni giorno più insistente: ogni goccia è un’azienda che chiede o già ottiene la cassa integrazione, con l’intensità che cresce man mano che si sentono gli effetti del blocco disposto dieci giorni fa dal decreto Chiudi-Italia. Trovare una bussola in questa tempesta perfetta è impresa ardua, tra i pochi che hanno il polso della situazione i sindacati, a cominciare dal più forte nel settore manifatturiero, ossia la Cgil.

Infatti, i dati che La Nazione anticipa oggi sono quelli raccolti dall’organizzazione guidata da Alessandro Mugnai, dati ancora parziali ma che parlano di oltre 5 mila cassintegrati nel solo comparto della moda, uno di quelli che si sono fermati pressochè al completo, a parte qualche azienda che si è riconvertita a produrre mascherine. Ma sono gocce nel mare.

I numeri della federazione di categoria della Camera del Lavoro (comprende anche i chimici, ma qui sono poca cosa) parlano di ben 102 aziende che hanno chiesto il ricorso agli ammortizzatori sociali, piiù altre 61, le più piccole, quelle artigiane, che si avvalgono invece del fondo di solidarietà del settore: 4921 nel primo caso, 544 nel secondo, in tutto 5465 occupati, 2200 dei quali appartenenti al solo gruppo Prada, nei suoi vari stabilimenti e nei suoi numersi marchi, sicuramente il gigante della moda in provincia, il faro del distretto, diffuso soprattutto in Valdarno, e anche la maggior azienda aretina per numero di addetti.

Le cifre della Cgil sono sicuramente realistiche, cioè basate sulle situazioni concrete, ma probabilmente sono anche sottostimate rispetto al vero. I sindacati, infatti, sono quasi sempre presenti solo nelle imprese più grandi e più importanti, mentre la realtà economica provinciale è fatta soprattutto di piccole e medie aziende, quelle nelle quali la forza sindacale è più diluita. Facile dedurne che i numeri complessivi siano più alti, forse molto più alti.

Vale anche per le altre statistiche la Cgil, per tramite del suo segretario fornisce a La Nazione. Nell’edilizia l’80 per cento delle imprese è fermo: almeno 2 mila sono i ricorsi agli ammortizzatori. Nel settore dei trasporti ci sono 19 aziende che hanno chiesto la cassa, per un totale provvisorio di 225 addetti, in gran parte dipendenti da società private, alle quali potrebbero presto aggiungersi le grandi aziende pubbliche.

La federazione dei lavoratori della comunicazione (grafici, tipografie e carta) calcola 30 aziende con gli ammortizzatori per 200 occupati. Nel commercio siamo a 287 aziende che hanno fatto ricorso al Fis, il fondo di categoria: il numeri degli addetti non c’è ancora, ma sicuramente siamo nell’ordine delle centinaia, forse delle migliaia. Mancano ancora da questo bollettino di guerra figurata i dati del comparto produttivo più importante, i metalmeccanici della Fiom, che dovrebbero arrivare oggi.

E’ quello che comprende il settore orafo, che da solo vale, fra diretto e indotto, 10-12 mila occupati. Stime informali parlano di un numero di cassintegrati triplo di quello della moda. Un quadro impressionistico, ma abbastanza calzante della situazione complessiva del lavoro, alla luce del decreto ChiudiItalia, arriva a decine di migliaia di cassintegrati. Ovunque hanno potuto i sindacati hanno chiesto l’anticipo della cassa integrazione da parte delle aziende.

C’è anche l’accordo nazionale che prevede l’intervento delle banche a surroga dell’Inps, su cui poi si rifaranno. Esistono tuttavia realtà nelle quali si dovrà aspettare l’erogazione dell’assegno da parte dell’Inps, il che significa quindici giorni-un mese in più, con grave disagio delle famiglie, che peraltro vedranno comunque ridursi i propri redditi: un assegno di cassa vale 750-800 euro, contro i 1000-1200 di uno stipendio operaio ordinario. E’ un altro volto della vita agra ai tempi del virus.