Manifestazione risparmiatori Banca Etruria
Manifestazione risparmiatori Banca Etruria

Arezzo, 23 febbraio 2021 - E’ il simbolo di una stagione che ormai volge al tramonto, pur se ancora mancano le sentenze dei grandi processi. Il fascicolo madre dell’inchiesta Etruria, quello dal quale sono stati stralciati tutti i filoni di indagine, dalla bancarotta principale al falso in prospetto e alle consulenze d’oro, è stato archiviato.

La procura lo aveva chiesto nella prima metà del 2020, con la firma di tutti i Pm del pool che per anni ha scandagliato il crac, il Gip Fabio Lombardo lo ha deciso da qualche settimana, suggellando la fine di un’epoca tormentata, la cui eco peraltro si riverbera ancora sul presente. Basterà pensare appunto ai verdetti che ancora non ci sono, basterà pensare anche ai guai che si è ritrovato addosso il procuratore capo Roberto Rossi che sul caso Bpel vive ancora la sospensione di un incarico appeso alla decisione del consiglio di stato.

Il fascicolo 723/16 era stato aperto nello scorcio finale del febbraio 2016, subito dopo la dichiarazione di fallimento della vecchia Banca Etruria che è dell’11 febbraio di quello anno, dodici mesi esatti dopo il commissariamento, a nemmeno tre di distanza dal decreto di risoluizione della domenica nera 22 novembre 2015.

I reati iscritti erano stati subito quelli di bancarotta, semplice e fraudolenta, con indagati eccellenti fin dal primo momento: tutto lo stato maggiore della Bpel di allora, dalla vecchia guardia dell’ex presidente Giuseppe Fornasari e dell’ex direttore generale Luca Bronchi all’ultimo Cda guidato da Lorenzo Rosi, il cui personaggio di maggior spicco mediatico era Pierluigi Boschi, babbo Boschi per la stampa, vicepresidente ma soprattutto padre di un ministro di peso come Maria Elena Boschi.

I Pm del pool hanno usato quel fascicolo come un contenitore che non è mai stato direttamente portato a processo. In aula ci finivano gli stralci, da cui il nome di fascicolo madre, cioè generatore di quelli operativi. Il primo fu la maxi-bancarotta contestata agli amministratori dell’epoca, in parte giudicata col rito abbreviato (e le condanne di Fornasari, Bronchi, Alfredo Berni e Rossano Soldini), in parte sfociata nel processone che è ancora in corso fra mille difficoltà, ultima la sede anti-Covid finalmente individuata nella Sala dei Grandi della Provincia.

E’ toccato poi allo stralcio del falso in prospetto, cioè all’accusa nei confronti di Fornasari, Bronchi e David Canestri di non aver fornito al mercato degli investitori le informazioni necessarie a valutare il rischio delle obbligazioni subordinate poi azzerate dal decreto di risoluzione.

Infine, nel giugno 2019, l’ultimo filone originato dal 723/16 è stato quello delle consulenze d’oro, 4 milioni di incarichi, troppo generosi secondo l’accusa, che per la prima volta ha portato a processo (deve ancora cominciare di fatto) babbo Boschi, fino ad allora protagonista di uno slalom fra i palette delle indagini. A quel punto il fascicolo madre era vuoto, una scatola senza più contenuti. Di cui i Pm dovevano solo chiedere la chiusura. Ora c’è anche quella.