Martina Rossi
Martina Rossi

Arezzo, 20 gennaio 2021 - «Annullate le assoluzioni per la morte di Martina, rimandate in appello Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi per un nuovo processo». Il cui destino, viene da aggiungere, sarebbe segnato fin da ora a danno dei due ragazzi di Castiglion Fibocchi, prosciolti in secondo grado dopo la condanna del tribunale di Arezzo, accusati di aver provocato la morte della studentessa genovese (che precipitò dal sesto piano di un grande albergo di Palma di Maiorca nell’alba livida del 3 agosto 2011) mentre cercava di sfuggire a un tentativo di stupro, scavalcando il divisorio fra il terrazzo di due camere.

E’ il senso della clamorosa requisitoria ribaltone che verrà pronunciata domani, nell’ultimo atto in cassazione, dal sostituto procuratore generale Domenico Angelo Seccia, atto depositato presso la terza sezione penale della suprema corte il 20 dicembre e di cui La Nazione è in grado di presentare in anteprima il contenuto.

I giudici d’appello, scrive Seccia, hanno travisato gli indizi, leggendoli ad uno ad uno e senza collocarli in un quadro unitario, nel quale ognuno va a comporre la tessera di un mosaico. In particolare, la sentenza dello scorso giugno, che destò scalpore e scatenò la rabbia dei genitori di Martina, Bruno Rossi e Franca Murialdo, protagonisti di un’infinita battaglia in cui chiedono giustizia per la figlia, avrebbero sbagliato nella lettura di due indizi chiave, che consentono di ribaltare il quadro assolutorio di Firenze.

C’è innanzitutto la questione del punto di caduta: Martina precipitò dal centro del terrazzo, come scrivono nelle motivazioni i giudici d’appello, o sul lato che dava verso il balcone a fianco? Qui, secondo il Pg, c’è stata nel secondo processo una grossolana «svista»: le sbeccature lasciano ritenere che il secondo scenario sia quello giusto: i segni del tragico volo si trovano sul lato, il che avvalora l’ipotesi che lei stesse cercando di trovare salvezza nella stanza dall’altra parte.

Tutto ciò si verifica, secondo il sostituto procuratore generale, perchè la corte d’appello ha preso acriticamente per buono il racconto di un personaggio fondamentale di questa storia infinita, la cameriera dell’hotel spagnolo Francisca Puga, unica testimone oculare di quella tragica mattina, secondo la quale Martina si sarebbe buttata dal centro del balcone. Ma, osserva, Seccia, lei si trovava in una posizione non ideale per vedere quello che dice di aver visto, cioè presso una caffetteria esterna e non presso quella dell’hotel.

Quanto basta a Seccia per scrivere che «tali conclusioni (quelle dell’appello Ndr) appaiono palesemente illogiche alla luce delle censure riportate dai ricorrenti (Il Pm di secondo grado Luciana Singlitico e gli avvocati dei genitori ndr)». E’ una testimonianza, quella della cameriera, che porta a non valutare correttamente anche il racconto dei turisti danesi della camera vicina: l’urlo che sentirono era di Martina e non della Puga, i passi frettolosi per le scale di Albertoni.

Una requisitoria, quella che il Pg si appresta a presentare domani, che va a ricalcare l’atto d’accusa in primo grado del procuratore Roberto Rossi e le motivazioni della sentenza di primo grado stese dal giudice Angela Avila, depositate il 10 giugno 2019, a quasi sei mesi dal verdetto del 15 dicembre 2018. Se la terza sezione penale le ritenesse fondate, il caso Martina ricomincerebbe daccapo, anzi tornerebbe alla casella del tribunale di Arezzo, perchè il nuovo processo d’appello non potrebbe non essere indirizzato dai principi dettati nella suprema corte.

Ma c’è il tempo di fare un altro giudizio, prima che scatti la prescrizione dell’ultimo reato rimasto in piedi, la tentata violenza di gruppo attribuita a entrambi i ragazzi, mentre la morte come conseguenza di altro reato era già estinta? La prescrizione è prevista a fine agosto, ci vorrebbe una corsa in appello. E non è detto che basti, perchè in caso di condanna, ci sarà inevitabilmente il ricorso dei difensori, che riporterebbe tutto in cassazione. Troppi passaggi per un verdetto definitivo?