L’orrore delle foibe e la salvezza a Laterina. Le storie di chi scappava dai partigiani di Tito

Il campo profughi è rimasto attivo fino al 1963 ed è diventato un simbolo nel Giorno del Ricordo. Il sacrificio di cinquemila italiani

L’orrore delle foibe e la salvezza a Laterina. Le storie di chi scappava dai partigiani di Tito

L’orrore delle foibe e la salvezza a Laterina. Le storie di chi scappava dai partigiani di Tito

Nocentini

A partire dagli anni Cinquanta il campo PG82 di Laterina ospitò alcuni profughi provenienti da Istria e Dalmazia. Il campo fu prima di prigionia e poi campo profughi che cominciarono a giungere quando i territori passarono sotto la sovranità jugoslava. Ospitò profughi provenienti da Fiume, Zara, Valona e nel 1953 anche dalla Romania per poi ospitare gli espulsi dalle ex colonie libiche e tunisine per essere definitivamente chiuso nel 1963.

Come ricordato da testimoni uno dei momenti più toccanti all’interno del campo era quello del bagno. All’inizio in comune tra uomini, donne e bambini dove la vergogna aveva il sopravvento dal momento che si andava a sommare allo smarrimento al senso di non appartenenza a una terra lasciata per volere di altri. Con il tempo le condizioni all’interno migliorarono, furono costruiti servizi igienici per donne e uomini, c’erano l’asilo e la scuola.

Tremila gli ospiti che scappavano dalle foibe e dai partigiani di Tito. Dopo il nuovo assetto territoriale gran parte delle foibe sono collocabili nell’ex Jugoslavia, in Italia quelle di Abisso Plutone, Basovizza e Monrupino. Furono più di cinquemila gli italiani trucidati nelle foibe.

Con la legge numero 92 del 30 marzo 2004, viene istituito il Giorno del Ricordo per non dimenticare le vittime delle foibe, l’esodo degli istriani, dalmati e fiumani, dalle loro terre. La legge, composta da sette articoli afferma che "Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti gli scomparsi e quanti nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato in qualsiasi modo perpetrati".

Il 10 febbraio 1947 fu firmato il Trattato di Parigi che assegnava l’Istria alla Jugoslavia come pure il braccio di mare del Quarnaro e Zara, capitale storica della Dalmazia e gran parte del Friuli-Venezia Giulia. Tale trattato derivava dalla decisione dell’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno del 1940 che prevedeva la conquista dei paesi dell’est per poter avere un controllo dei balcani. Sicuramente Mussolini e il fascismo favorirono, rispetto ai precedenti governi e alla vecchia classe dirigente conservatrice, la politica estera. In quella data, 10 giugno 1940, Mussolini entrava in conflitto con Francia e Gran Bretagna.

Da quel momento in poi l’Italia andò incontro a molti fallimenti, tra questi la guerra verso la Grecia, che riuscì a respingere l’esercito italiano, e a duri attacchi come quello subito a Taranto da parte della marina britannica, che precedette la messa in fuga dalla Libia sempre ad opera degli anglosassoni che poi conquistarono l’Etiopia. L’impero d’Africa Orientale si stava sgretolando. Le sorti militari dell’Italia erano legate a quelle tedesche tanto che i nazisti intervennero con l’esercito in Jugoslavia e in Grecia. Fu allora che la Jugoslavia diventò terra occupata e le provincie di Spalato, Lubiana a Cattaro furono annesse all’Italia.

I tedeschi attuarono una politica repressiva tanto da istituire campi di detenzione e ricrearono il vecchio Litorale Adriatico che durante l’impero Asburgico collegava la Venezia Giulia e la Dalmazia attraverso la Carinzia. Nel 1945 le truppe tedesche furono attaccate su più fronti e contemporaneamente l’esercito di Tito invase il confine orientale italiano con l’obiettivo di occupare il Friuli-Venezia Giulia. Trieste fu conquistata il primo maggio 1945 costringendo i tanti partigiani italiani alla fuga.

Le nuove autorità comuniste iniziarono, in quei luoghi, ad arrestare e deportare migliaia di persone. Tali operazioni erano messe in atto dalla polizia Segreta Jugoslava. Le foibe sono grandi conche derivate da depressioni carsiche dove, nel fondo, si apre una spaccatura in cui vengono assorbite acque. In tali conche furono gettati i corpi dei cadaveri delle vittime, fascisti e italiani non comunisti, degli eccidi compiuti dai partigiani jugoslavi in Istria, Friuli-Venezia Giulia e Dalmazia tra la fine del secondo conflitto mondiale e il 1947.

Una delle aree più conosciute è il Pozzo della Miniera, a Basovizza, che fu utilizzata dai partigiani jugoslavi. I testimoni ricordano che alle vittime veniva chiesto di saltare nelle cavità; se lo avessero fatto avrebbero avuto la vita salva, ma non era così. L’operazione aveva lo scopo di epurare coloro che erano vicini o riconducibili a nazismo e fascismo e ai presunti oppositori al regime comunista di Tito.

L’obiettivo dei partigiani jugoslavi, per gli storici, fu quello di dare una risposta ai crimini di guerra subiti durante il periodo fascista, per altri un genocidio, contro gli italiani, per attuare una pulizia etnica. A tal proposito molti italiani si videro costretti ad emigrare dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia dal momento che erano italiani e parlavano la lingua italiana: tale esodo, caratterizzato dalla migrazione forzata, prende il nome di esodo istriano che interessò circa trecentomila persone.

Le esecuzioni avvenivano agli argini delle foibe dove i prigionieri venivano legati ai polsi e l’uno all’altro per poi essere fucilati e gettati nelle depressioni carsiche ricordati come gli infoibati. Massiccio fu l’esodo e molti dei profughi giunsero a Trieste, Udine e Gorizia.

Alcuni trovarono ospitalità da amici e parenti, altri scelsero la migrazione andando fino all’America e all’Australia, altri furono costretti a scegliere i campi italiani. Come quello che li ha salvati a Laterina.