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13 mag 2022

"L’argon uccide, non lo sapevamo"

La tragedia all’Archivio di Stato che costò la vita a Bagni e Bruni: testimoniano i dipendenti

Il 20 settembre del 2018 in due morirono a causa del gas Argon sprigionato all’Archivio
Il 20 settembre del 2018 in due morirono a causa del gas Argon sprigionato all’Archivio
Il 20 settembre del 2018 in due morirono a causa del gas Argon sprigionato all’Archivio

La sirena dell’allarme anti incendio che parte, una delle due vittime che dice: "E’ scoppiata una bombola". In aula si torna a quel maledetto 20 settembre 2018 che costò la vita a Filippo Bagni e Piero Bruni, i due dipendenti dell’Archivio di stato, uccisi dal gas che si era liberato nello sgabuzzino delle bombole dopo l’allarme a vuoto dell’impianto anti-incendio. A testimoniare ieri al processo sono stati il centralinista dell’archivio, il custode della sale e chi faceva parte della squadra anti-incendio interna. Il centralinista ha ripercorso quello che avvenne quella drammatica mattina: la sirena dell’allarme, un boato e poi Filippo Bagni e Piero Bruni che scendono nel seminterrato dove erano posizionate le bombole.

Il secondo testimone, custode delle sale, fu fra i primi a scendere per i soccorsi e cadde a terra semi svenuto, un po’, come racconta, per la paura della scena, un po’ probabilmente perché intossicato dal gas. Tutti e tre hanno confermato che nessuno aveva mai loro riferito della letalità del gas Argon. Uno dei testimoni ha raccontato anche delle istruzioni anti-incendio dell’archivio: ovvero l’evacuazione della sale in caso di incendio, il ritrovo di personale e degli eventuali utenti nella piazzetta davanti al Commissariato per l’appello e l’eventuale recupero di chi fosse rimasto indietro. Anche in queste istruzioni, riferiscono i testimoni, nessun accenno alla pericolosità dell’Argon. Gli stessi hanno anche riferito di non avere avuto corsi e aggiornamenti sul tema del gas Argon.

Si torna in aula il 9 giugno per un altro capitolo di un processo per omicidio colposo in cui sono sotto accusa, a vario titolo, undici imputati.

Nella richiesta di rinvio a giudizio il pubblico ministero Laura Taddei ricostruisce l’accusa ovvero che la "valvola risultava montata al contrario, priva del disco di rottura e priva di tubazione di scarico all’esterno, il gas argon quindi si riversava all’interno del locale bombole e da lì a causa di griglie di areazione realizzate sulla parete di compartimento di detto locale si diffondeva nel piano interrato posto a livello del locale bombole", si legge.

All’attivazione dell’allarme, ricostruisce ancora il Pm, Bruni e Bagni "erano ignari delle caratteristiche del gas argon contenuto nelle bombole, inodore, incolore e che riduce la concentrazione di ossigeno nell’aria". Una volta sentito l’allarme, per verificare la presenza di focolai Bagni e Bruni "scendevano al piano interrato dell’edificio ormai saturo di gas fuoriuscito dalle bombole".

Gas incolore ed inodore che rendeva "l’atmosfera priva di ossigeno". La ricostruzione del pm - contestato dalle difese – è che in tutto il quadro che avrebbe dovuto garantire la sicurezza dell’archivio si susseguirono più errori: la valvola montata al contrario e un pezzo di ricambio non originale sul vetro del pulsante antincendio. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Baroni, De Fraja, Melandri, Arcangioli e Cherubini. La parte civile è assistita dall’avvocato Melani Graverini.

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