La retata del Pionta
La retata del Pionta

Arezzo, 14 aprile 2021 - Scusate, avevamo scherzato. Già, la sentenza d’appello per il blitz del Pionta, quello che nel maggio 2019 aveva portato in galera una trentina di spacciatori di colore nel parco più infestato dai pusher di tutta la città, si traduce in un autentico ribaltone, che rovescia tutti i verdetti pronunciati in primo grado.

No, non hanno assolto i ragazzoni africani che vendevano droga con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua, era impossibile farlo perchè erano stati tutti colti in flagrante. Ma cade l’accusa più grave, quella che punisce lo spaccio di non lieve entità, primo comma della legge antidroga. In undici, dunque, con la sentenza di pochi giorni fa, se la cavano con il quinto comma, che colpsce lo spaccio in quasi modica quantità.

Una rivoluzione, che va a vantaggio degli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, i primi a essere condannati dal Gup Angela Avila e i primi adesso ad affrontare l’appello. Per tutti pene dimezzate rispetto a quelle fra i 2 e i 4 anni che erano state inflitte nel giudizio allo stato degli atti (quindi già con lo sconto di un terzo della pena) e anche la revoca degli ultimi provvedimenti cautelari, come il divieto di dimora ad Arezzo.

Volendo, se nel frattempo non si sono trovati un altro mestiere, i pusher possono tornare persino nel parco in cui spacciavano tranquillamente e massicciamente. Non regge persino l’aggravante di aver venduto droga davanti alle scuole e a minorenni. Certo, quella dei giudici di secondo grado fiorentini è un verdetto che riguarda solo questa prima tranche, ma è un pessimo auspicio (dal punto di vista dell’accusa) anche per il ramo principale dell’indagine, quello era sfociato nel processone col rito ordinario chiuso appena un anno fa da una sentenza in cui non si era salvato nessuno dei quattordici imputati, tutti condannati a pene fra i quattro e i sei anni.

Se anche per loro scattasse la derubricazione al quinto comma, sarebbe un tana liberi tutti di dimensioni mai viste in passato, almeno nello spaccio di strada. Eh sì, perchè mai era stata organizzata un’operazione imponente come quella che scattò l’8 maggio del 2019, con un autentico rastrellamento della Mobile, preceduto da mesi e mesi di pedinamenti e appostamenti condotti anche con l’aiuto di agenti provocatori in borghese, poliziotti dello Sco di Roma che si erano finti acquirenti e avevano trattato sulle dosi, mentre gli uomini della Mobile filmavano tutto.

Un blitz concordato fra procura e questura, al termine del quale il Pm Julia Maggiore aveva contestato a quasi tutti il primo comma, non sulla base delle quantità spacciate, che erano risibili, ma su quello dello spaccio reiterato, parificato a quello di maggior gravità proprio sulla base del fatto che per i ragazzoni africani fosse un affare sistematico, un autentico mestiere.

Un’impostazione nuova, che segnò un salto di qualità nella repressione dello spaccio di strada nei punti caldi della città, e che aveva retto finora sia nelle aule del Gip Piergiorgio Ponticelli, che convalidò quasi tutti gli arresti al termine di un’udienza preliminare andata avanti anche nel cuore della notte, e del Gup Avila, che davanti al collegio del tribunale, presieduto da Giulia Soldini, alla sua ultima sentenza prima di diventare a sua Gip.

Ora il contrordine d’appello, ottenuto da un manipolo di avvocati difensori, fra i quali il fiorentino Andrea Ricci. I legali degli imputati, anche di quelli del processo col rito ordinario, esultano e parlano di un’operazione di pura immagine che era andata a colpire i pesci piccoli dello spaccio, quelli che nel frattempo sono stati sostituiti da altri disperati come loro. Intanto, però, la retata del Pionta si era portata dietro alcuni mesi di relativa tranquillità in una zona che da trent’anni almeno è al centro delle polemiche e delle proteste. Ma lo sconto, che in secondo grado è quasi una tradizione, è come il Gioco dell’Oca: riporta tutti al punto di partenza