Pier Lodovico Rupi
Il luogo sul cui vertice si eleva la Fortezza è stato per due millenni il centro della città: qui si sono concentrati gli edifici pubblici e del potere, i palazzi delle grandi famiglie, i templi e le chiese. Qui la memoria collettiva ha concettualizzato l’immagine di Arezzo. Ma dopo aver raggiunto, con il Vescovo Tarlati, il massimo splendore, furibonde lotte per la successione hanno fatto cadere Arezzo sotto il dominio di Firenze. Per quattro volte gli aretini si libereranno e altrettante volte saranno riassoggettati dai fiorentini.
Quando, con il 1500, inizia a comparire l’uso dell’artiglieria a polvere, con i cannoni e i fucili, la strategia delle battaglie si modifica radicalmente. Il Papa dichiara subito che l’artiglieria a polvere è opera del maligno e le infligge la scomunica. E i nobili, che si erano riservati il ruolo di guerrieri e ai villani al massimo facevano portare il pesantissimo scudo, la prendono malissimo.
Ma Cosimo I de’ Medici è un Signore all’ avanguardia sui suoi tempi, ed è svelto ad intuire la realtà che si va profilando. Allarmato dai riottosi aretini e preoccupato delle possibili iniziative del Papa, decide subito di realizzare ad Arezzo, al confine con lo Stato Pontificio, una struttura difensiva del nuovo tipo. Rompendo la regola di affidarsi ai signori della guerra, incarica una famosa famiglia di architetti, i Sangallo, della costruzione di una struttura difensiva adeguata all’ artiglieria a polvere. Una struttura che subentrerà al Cassero (come gli aretini chiamano il loro Castello) e che si chiamerà Fortezza.
La Fortezza non è più un sistema di vani racchiusi da murature, ma è un terrapieno rivestito sulla scarpa naturale con pietre, e giro-giro ampie piazze prominenti, per sistemarci i cannoni, munito inoltre di un apparato di vani ricavati internamente al terrapieno e dotati di feritoie verso l’esterno, per il fuoco radente dei fucili. Per togliere ogni riparo all’assalitore, viene abbattuta ogni costruzione che si trovi intorno e la parte alta della città, la più prestigiosa, sparisce.
Così ad Arezzo, in mezzo alle rovine, nasce il primo modello di Fortezza, sostitutivo dei Castelli, che non si costruiranno più. E quando in città, al posto del vecchio Cassero, viene rialzato un inattaccabile terrapieno rivestito di pietre e munito di bocche da fuoco, per gli aretini scompare ogni possibilità di riscossa. La Fortezza di Arezzo non sarà mai impegnata in battaglie, ma svolgerà efficacemente il ruolo di deterrente. Un ruolo intenzionalmente sottolineato dall’ appuntito bastione della Spina, puntato come monito intimidatorio verso il palazzo del Comune. Da adesso, tutto gioca contro Arezzo.
Anche la Chimera, dissotterrata presso le mura, viene trasferita a Firenze. Scompare la città romana: le colline circostanti sono prive di formazioni calcaree e Arezzo antica importava il cemento pozzolanico dei romani; ma adesso ci si deve arrangiare con quanto è disponibile nel posto e l’unica risorsa calcarea sono i marmi della città romana che arrostiti e mescolati con sabbia e acqua formano la calcina. Scompaiono così epigrafi e statue, colonne e strutture architettoniche. Da adesso l’immagine metonimica della città appare coincidere con la cinta fortificata del Tarlati, mentre la Fortezza figura sminuita e marginalizzata.
Eppure la Fortezza di Arezzo è il modello che ha esplicitato per primo un programma ideologico che si svilupperà presto in tutta Europa, riportando le esigenze introdotte dall’uso delle armi a polvere nell’ambito di astratti schemi mentali di intenso contenuto simbolico. Dopo tre secoli di dominio fiorentino e di ristagno di Arezzo, con l’estinzione della discendenza dei Medici, subentrano i Lorena che interpretano diversamente il loro ruolo: non più Signori di Firenze, ma di tutta la Toscana. Coerente con questa nuova visione, Pietro Leopoldo restituisce la Fortezza agli aretini. Ma appena il Comune ne diviene proprietario provvede subito ad alterarne l’immagine riempiendo il fossato circostante. Con i movimenti di terra vengono fuori pavimenti romani a mosaico, composti da losanghe di marmo bianco e piccoli cubetti di marmo nero, che a forza di mine vengono fracassati "per la poca importanza dell’opera e l’impaccio della sua conservazione" assicura il Direttore dell’Ufficio degli Scavi Del Moro. Vengono fuori anche altre strutture murarie romane che vengono utilizzate "per la costruzione dei palazzi di piazza Guido Monaco". Oltre all’ignoranza dell’epoca, il diffuso sentimento di rifiuto della Fortezza hanno avuto il loro peso. Le funzioni che gli vengono attribuite appaiono inadeguate: il gioco del tamburello, delle bocce, il servizio meteorologico locale, l’utilizzo agricolo. Il dispregio nei per la Fortezza si ritrova anche nei giovani: si riscontra un fitto scambio di corrispondenza tra le autorità aretine in merito ai danneggiamenti subiti: perfino le panchine vengono scaraventate fuori dalla muraglia.
Con il vecchio schema urbanistico a ventaglio, tutta la città confluiva sulla sella tra i due colli di San Pietro e San Donato. Furono dapprima i Francesi che, riempiendo la sella e ricoprendo i ruderi del Foro romano, ci regalarono il Prato. Ma, con questa operazione interruppero il collegamento della città verso nord, e ne marginalizzarono la zona alta. Una ulteriore accentuazione di questo effetto si avrà con l’invenzione di piazza Guido Monaco con le quattro strade.
Occorre arrivare al nostro secolo perché Arezzo si accorga della Fortezza. Dapprima, se ne è compresa la caratura culturale. Dapprima è stata utilizzata per le mostre di Ivan Theimer e di Ugo Riva. Infine, per la prima volta è stato, attribuito alla Fortezza l’uso più appropriato, il luogo dove svolgere una importante funzione istituzionale: la Festa della Repubblica. E’ stata una intuizione azzeccata che ha finalmente riportato la Fortezza al centro della vita della città, ridando il giusto ruolo a un monumento di eccezionale interesse, che le vicende della storia hanno consegnato ad Arezzo.