Un'azienda
Un'azienda

Arezzo, 3 aprile 2020 - E’ l’altra faccia dell’emergenza economica, quella che investe le piccole e medie imprese, le più fragili, le più a rischio proprio per le dimensioni che non danno loro grandi polmoni finanziari per la ripartenza, il 99 per cento del tessuto produttivo aretino.

Parliamo del settore dell’artigianato, dal quale arrivano altri segnali inquietanti sulla marea della cassa integrazione che sale più di un fiume in piena, anche se lì non si chiama esattamente cassa integrazione: 5500 occupati che dalle rispettive imprese passano in carica al Fsba, il fondo di solidarietà bilaterale dell’artigianato. Sì, perchè nel comparto non esisteva fino a pochi giorni fa la cassa ordinaria a carico dell’Inps ma un ammortizzatore sociale analogo alimentato dai contributi dei datori di lavoro e dei dipendenti.

In questo momento cambia poco: sempre di gente ferma al palo si tratta. Secondo i dati che arrivano da Cna ma che comprendono anche l’altra grande organizzazzione del settore, ovvero Confartigianato, gli accordi per il ricorso al fondo siglati dal 9 marzo ad oggi sono ben 1177, per un totale appunto di 5531 lavoratori.

E non è nemmeno finita lì, perchè le previsioni stimano che entro la prossima settimana si salirà a 1300 intese di «cassa», con un ulteriore aumento dei dipendenti coinvolti. In testa alla classifica delle imprese che hanno fatto ricorso al fondo ci sono quelle metalmeccaniche, seguono l’oro e la moda, ossia i tre settori portanti dell’economia aretina e soprattutto dell’export. In quarta posizione il comparto bellezza, che sconta il blocco di parrucchieri e negozi di estetica disposto dal governo.

Non si fa più i capelli il presidente Mattarella, come confessa lui stesso in un fuorionda, figuriamoci quanto se li fan no gli aretini. C’è poi la cassa integrazione ordinaria, che riguarda in primo luogo l’edilizia: 67 accordi per 335 addetti, ma fa notare Edy Anasetti di Cna, restano fuori tutti i titolari di imprese individuali (i piccolissimi che non hanno dipendenti), i quali si ritrovano senza reddito, a di fuori, se riescono ad accedervi, dei 600 euro degli autonomi che hanno mandato in tilt il sito dell’Inps.

Cassa anche, sempre nel comparto artigiano, per le aziende ammesse ad accedervi, anche in base agli ultimi decreti. Solo nell’ultima settimana, dal 25 marzo a ieri 2 aprile, sono stati firmati ben 75 accordi, per un totale di 2227 occupati, il che porta la cifra totale degli ammortizzatori per il solo artigianato a quasi 8 mila lavoratori. In testa c’è al solito la metalmeccanica (41%), seguita dal settore orafo (29%), dalla moda e dai trasporti (20% a testa). Una falcidia che fa impressione e alla quale fa eco il grido di dolore di Confindustria Toscana, l’associazione delle imprese più strutturate.

Una nota dell’associazione stima che siano ferme dal 70 al 90% delle aziende su tutto il territorio regionale, con una perdita di valore aggiunto che in un mese è destinata a raggiungere gli 1,2 miliardi. Quanti di questi andranno in fumo nella sola provincia di Arezzo? Le stime sono necessariamente impressionistiche, ma anche alla luce della forza del sistema manifatturiero locale in terminii procapite e della sua capacità di esportare (più 34% nel 2019), si può calcolare che stiano in un range fra i 100 e i 200 milioni.

Una distruzione di ricchezza quale mai si era vista dal dopoguerrai, più pesante, molto più pesante delle due grandi crisi del 2008 e del 2011. Il presidente di Confindustria Toscana, Alessio Marco Ranaldo, chiede che si riparta al più presto, magari per filiere, anche se tutti i settori sono strategici.

Ma come ha fatto notare a La Nazione la presidente di Federorafi Giordana Giordini, se anche arrivasse il via libera domani, comparti come l’oro non saprebbero per chi lavorare, con principali mercati, da Dubai agli Usa, da Hong Kong alla Turchia paralizzati. Siamo ancora nel pieno della notte in cui tutte le vacche sono nere