Giovanna Battista Eventi
Giovanna Battista Eventi

Pieve Santo Stefano  (Arezzo) 9 settembre 2020 -  E’ un diario, un altro dei finalisti di Pieve di quest’anno, ma sembra una commedia di Eduardo, una di quelle che un po’ tutti conosciamo a memoria, da Filomena Marturano a Napoli milionaria e Il sindaco del Rione Sanità. Di mezzo ci sono il racconto della guerra, con le sue miserie e i suoi drammi, l’ultima eruzione del Vesuvio, quella che con i suoi sinistri bagliori accompagnò nel 1944 l’occupazione alleata e i primi vagiti del Regno del sud, l’umanità del popolo napoletano che si dispiega soprattutto nei bassi della metropoli più affascinante e stracciona, e nel fitto intrico di vicoli del centro storico. Non a caso, il diario che Giovanna Battista Eventi, 81 anni adesso, una ragazzina allora, ha inviato a Pieve si intitola Vico Tagliaferro, che poi altro non è se non il nome usato a Napoli per ribattezzare una delle strade più popolari, via Antonio Villari. I primi ricordi dell’Io narrante risalgono al 1942, ai grandi bombardamenti degli anglo-americani su Napol nella quale gli ordigni seminano terrore e morte. Ed è la memoria di una bambina sulla mamma che la prende in braccio, la avvolge in una copertina e poi la affida al padre perchè la porti al rifugio, da dove i napoletano atterriti assistono a un susseguirsi di esplosioni e luci terribili di guerra. Ben presto, la vita nel vicolo e in tutta la città, si fa troppo pericolosa. La famiglia di Giovanna decide per lo sfollamento, come milioni di italiani. Segue il trasferimento a Boscotrecase, uno dei paesi dell’entroterra vesuviano e pare davvero di stare in Filomena Marturano, la «donna perduta» che alle pendici del vulcano teneva i figli nascosti a tutti. Ma le disgrazie di casa Eventi non sono ancora finite. Arriva l’8 sertembre, che a Napoli significano anche l’epica delle quattro giornate in cui la città si libera dai tedeschi, ma prima il padre viene razziato dai nazisti ed inviato in un campo di lavoro in Germania, da dove tornerà solo due anni dopo. La madre partorisce un fratellino settimino chen non ce la fa a vivere. Su Giovanna si stende la rete di relazioni protettiva del borgo, che non le impedisce di assistere a uno dei più singolari eventi naturali, la grande eruzione del Vesuvio del marzo 1944: «Il pennacchio mostrò un cuore di fiamma e alcune lingue di fuoco cominciarono a scendere lungo i fianchi del monte. La nuvola di cenere e lapilli lanciata in aria dal Vesuvio ricadeva sui territori circostanti, oscurando il cielo. Sembrava di essere all’inizio della notte mentre la lava scendeva in diversi rivoli bruciando la vegetazione e cominciando a minacciare le abitazioni più vicine». I capricci del vulcano non consentono alla famiglia, o quanto ne resta, di continuare a vivere a Boscotrecase, arriva il trasferimento ad Amalfi, da dove finalmente tutti riescono a tornare a Napoli e riassaporare l’abbraccio della sua anima più popolare, quella appunto dei vicoli, nei quali la vita è strutturata: più si si sta in basso e più si sta in miseria. In una città che assomiglia a quella torbida raccontata da Curzio Malaparte in uno dei suoi romanzi più famosi e discussi: Kaputt. Ma questa è già una divagazione, la vita di Giovanna si dipana tra i personaggi del Vico Tagliaferro, quello che lei non potrà mai dimenticare, neppure quando si sarà trasferita altrove: «’A vita è n’affacciata ‘e fennesta”, e il balconcino della camera delle zie era il mio osservatorio sul mondo del vicolo. Rannicchiata nell’esiguo spazio fra il gelsomino e la dama in camicia stavo per ore a godermi lo spettacolo di quel teatro gratuito che era il vicolo. Specialmente d’estate, quando il caldo li cacciava dal buio soffocante dei bassi nella strada, gli abitanti del vicosvolgevano quasi ogni loro attività esistenziale all’aperto». Emergono così figure suggestive, da Donna Amalia a Don Salvatore, i protagonisti del vicolo. Manca solo Eduardo, ma basta Giovanna a descrivere questa umanità sorridente e dolente.