In un anno sono più che raddoppiate le ore di cassa integrazione in provincia di Arezzo. Nei primi 9 mesi del 2024 quelle richieste sono state quasi 3milioni (2899829). Lo stock di ore di Cig complessive è il 130% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’impennata che si registra nell’Aretino piazza il nostro territorio tra i 10 più vulnerabili della penisola. In Toscana un aumento simile c’è a Pisa e Prato (128% in entrambi i casi).
A mettere nero su bianco i dati l’indagine del lunedì del Sole 24 Ore di ieri che tracciato un quadro di come stanno le cose nella penisola: nel suo insieme le ore autorizzate sono 353 milioni (gennaio-settembre) e questo corrisponde ad un aumento del 30% rispetto l’anno passato. E in provincia rischia anche il settore orafo, segretaria Cisl regionale Silvia Russo.
Come mai?
"Nella nostra regione stiamo vivendo una crisi che è sia legata alla filiera dell’automotive, che a sua volta è legata ad crisi di tutta la filiera europea; e dell’altra a fattori territoriali, come spiega la crisi della moda e dell’alta moda. E chi sta studiando il fenomeno, conferma che sarà così anche per il 2025 . Il rischio è che il mercato si sposti verso l’estero, in paesi concorrenti come la Francia".
Perché ad Arezzo le richieste di Cig sono più alte che altrove in Toscana?
"Abbiamo avuto grandi aziende come Abb e Fimer che hanno utilizzato questo strumento, senza considerare alcune aziende orafe che lo usano in alcune stagioni, in maniera quasi strutturale. E poi c’è tutto il comparto della moda".
Oltre a quello della moda, quali sono i settori più vulnerabili?
"Quello delle calzature senza dubbio. E poi c’è quello della moda e dell’oro. Specie quest’ultimo sta vivendo un periodo delicato tra le oscillazioni dei prezzi delle materie prime e le continue rapine che comunque mettono in crisi la produzione immediata.
Cosa significa per le famiglie? E per il tessuto produttivo?
"Significa che non c’è una reale possibilità di acquisto. La cassa integrazione non copre il salario effettivo e questo porta ad una riduzione dei consumi. Se non funziona il manifatturiero non funziona nemmeno il commercio perché nessuno spende più".
Come si risolve?
"C’è bisogno di un patto con le aziende. Servirebbe un patto innovatore che rilanci produttività con nuovi investimenti, non basta un nuovo contratto. A livello territoriale dobbiamo pensare anche alla contrattazione di secondo livello".
L.A.