Graziano dopo la sentenza
Graziano dopo la sentenza

Arezzo, 15 dicembre 2017 - Niente da fare per Padre Graziano, il teorema Dioni regge anche in appello. La corte d’assise fiorentina di secondo grado, quella presieduta da Alessandro Nencini, il giudice che condannò (invano) Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ci mette poco più dello spazio di una mattinata per decidere che il frate più sospettato (e più condannato) d’Italia) si merita un’altra stangata. Appena (ma proprio appena) ridotta rispetto al processo aretino: 25 anni contro 27.

Per l’ex viceparroco congolese di Ca’ Raffaello, per il sacerdote che è sempre più impigliato nel delitto di Guerrina Piscaglia (ormai manca solo la cassazione perchè la sentenza sia definitiva), è una sconfitta pesante. Lui e la sua difesa (il solito team con l’avvocato Riziero Angeletti prim’attore e il collega Francesco Zacheo a far da spalla) non ottengono neppure l’obiettivo minimo, che era quello di far riaprire il dibattimento per riascoltare i testimoni sentiti in incidente probatorio dal Gip ma mai approdati in aula. La corte d’assise tira dritto, non ce n’è bisogno.

Ecco allora che il possibile appello maratona (per far testimoniare Padre Hilary, Cristina Repciuk che dice di aver avuto una relazione con il Frate e le due nomadi che raccontano di aver fatto sesso con lui ci sarebbero volute diverse udienze) si trasforma in un processo blitz: si parte alle nove del mattino, alle cinque e mezzo del pomeriggio c’è già il verdetto.

Padre Graziano si inalbera e parla di razzismo contro di lui, ma in realtà gli costa caro, ancora una volta, l’errore più grave che ha commesso se, come ormai ritengono due corti diverse, è lui l’assassino: il sms delle 17,26 del primo maggio 2014 (il giorno in cui Guerrina sparisce, ingoiata come da un buco nero) che parte dal telefonino della donna per raggiungere Padre Hilary, amico di lui ma sconosciuto a lei, invece della catechista del paese, Giuseppina Mazzoni. Il tutto, secondo l’accusa, per una banale confusione tra due righe della rubrica telefonica del frate. Il classico capello che inceppa il meccanismo del delitto perfetto.

E’ il punto centrale del teorema Dioni: vuol dire che il cellulare di Guerrina era nelle mani di Padre Graziano e quindi che è lui l’assassino. Anche perchè, per giustificarsi quando il 5 settembre successivo viene a sapere del messaggino che lo tradisce, il Frate tira in ballo la figura fantomatica di Zio Francesco, misterioso emissario di Guerrina nella fuga cui lui avrebbe dato il numero di Okete (confondendolo, lo ammette, con quello della catechista) dinanzi a una richiesta di aiuto. Il guaio è che Zio Francesco non lo ha mai visto nè immaginato nessuno se non Padre Graziano.

Un’invenzione, chiosa il teorema d’accusa, la controfirma sul delitto dopo la firma del sms. Sono questi gli elementi fondamentali su cui il sostituto procuratore generale Luciana Piras e lo stesso Dioni, applicato in appello, puntano le loro requisitorie. Inutilmente Angeletti ribatte sui dubbi riguardo al messaggio (ne esistono solo foto, non il testo originale) e sul piatto forte della difesa, la mancanza del cadavere, mai trovato in anni di ricerche.

Fine dei giochi: 25 anni, due in meno perchè la corte d’assise di primo grado aveva inflitto un’inesistente pena a 26 anni per omicidio più uno per l’occultamento del corpo. Si torna a 24 anni (il massimo per omicidio semplice) più l’uno per l’occultamento del cadavere. A sera Padre Graziano riprende sconsolato la strada del convento romano in cui resta agli arresti domiciliari. Ultima speranza (tenue) la cassazione.