Nedo Settimelli

Arezzo, 29 settembre 2018 - La condanna resta, sia pure robustamente limata in basso, ma non c’è più l’ombra della galera. Perchè con i due anni e due mesi che la corte d’appello ha inflitto a Nedo Settimelli, notissimo personaggio Tv finito al centro di una torbida storia di violenza sessuale su un minore, non si va dentro, solo verso l’affido in prova ai servizi sociali.

Una sentenza insomma che salva capre e cavoli: da un lato conferma che il reato c’è stato (allineandosi alla tesi della procura che era dovuta arrivare fino in cassazione per farla valere) e dando ragione al malesse della famiglia di chi finì nel mirino, dall’altro riduce gli effetti sul condannato, che prende un po’ di aria e si vede revocare anche alcune misure accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici.

Il verdetto dei giudici fiorentini risale al maggio scorso, ma le motivazioni sono state depositate proprio in questi giorni. Adesso il nuovo avvocato di Settimelli, Maurizio Bianconi, ex deputato, sta preparando il ricorso in cassazione. L’obiettivo è l’assoluzione piena. Ma per capire come eventualmente ci si possa arrivare occorre ripercorrere una storiaccia che a suo tempo fece scalpore.

Il conduttore Tv, uno dei pionieri ad Arezzo delle emittenti private, fu arrestato la sera del 30 agosto 2011 negli studi della televisione di cui era l’animatore principale. I carabinieri fecero irruzione nei locali dopo che aveva messo le mani addosso a un ragazzino di 14 anni, che all’appuntamento era andato imbottito di microfoni, già d’accordo con gli inquirenti.

Tutto era cominciato qualche giorno prima, quando fra i due c’era stato un contatto via Facebook e poi un primo incontro, nel quale Settimelli aveva prospettato all’adolescenzala possibilità di partecipare come protagonista alla festa dell’Uva di Ciggiano, il suo paese, e magari una comparsata in Tv. Gli aveva anche allungato 50 euro che avevano messo in allarme la famiglia, tanto da indurla a rivolgersi ai carabinieri che organizzarono la trappola, con la regia del Pm Elisabetta Iannelli.

Il Gip Anna Maria Lo Prete, però, non convalidò l’arresto: è stato un libero corteggiamento. A quel punto il caso passò a un altro Pm, Ersilia Spena, che fece ricorso in cassazione, ottenendo nel 2013 una pronuncia favorevole: c’è il fumus della violenza sessuale. A seguire, un anno dopo, la condanna del Gup Giampiero Borraccia: 3 anni e 4 mesi. Ora la sentenza d’appello che riduce la pena a due anni e due mesi: il palpeggiamento fu di lieve entità. La violenza sessuale, tuttavia ci fu: quelle mani sulle parti intime erano un atto subdolo e repentino che impedì alla vittima di difendersi.

La differenza sta tutta nell’entità della condanna: sotto i tre anni c’è il paracadute delle pene alternative al carcere, a cominciare dall’affido in prova ai servizi sociali. Ora Bianconi tenterà il colpo grosso: nel ricorso che sta preparando per la cassazione sosterrà che non ci fu repentinità nel gesto della mano: prestandosi a far da esca nella trappola il ragazzino sapeva a cosa andava incontro, non fu dunque colto di sorpresa, nell’impossibilità di difendersi. Ci vorrà ancora tempo per arrivare alla verità giudiziaria definitiva.