Firenze, 21 aprile 2017 - Il pericolo staziona davanti alle scuole, si chiama bullismo. Non è una novità delle nuove generazioni, ma è certamente più aggressivo che in passato. Come molte altre cose. Una volta trasgressione significava accendere una sigaretta nascosti nei bagni, adesso c’è chi fuma in classe uno spinello. Una volta le mele marce venivano con criterio distribuite fra le varie sezioni, di solito dalla D in poi (evitando le prime tre lettere che erano invece scriteriatamente riservate alle famiglie considerate ’bene’), ora prevalendo l’indiscriminazione incondizionata non si fa più alcuna differenza, finendo col creare nuclei esplosivi preconfezionati sin dal primo anno di iscrizione a scuola. Una volta gli elementi turbolenti erano pochi e li si riusciva ad arginare, adesso si sono moltiplicati anche per il fenomeno simil-werther e dietro la lavagna spesso ci va l’insegnante, accusato persino dai genitori di essere troppo severo qualsiasi cosa faccia o dica. Sì, anche dai genitori, gli stessi che sugli spalti delle partitelle domenicali dei loro figli scalpitano e si scapigliano a vicenda finendo in ospedale a pareggiare i conti. Mentre i ragazzi non pareggiano mai, perché in un modo o nell’altro bisogna vincere e non partecipare al torneo. Ebbene, i genitori - mediocri come i nostri tempi - sono i primi (ma non i soli) responsabili del dilagare del bullismo adolescenziale. Dunque contrastare il bullismo significa innanzitutto educare i grandi a prendersi cura dei loro figli, poi stimolare insegnanti, presidi, provveditori (e anche chi dispensa giustizia) a non sottovalutare quel che avviene fra i banchi, e fornire agli studenti gli anticorpi per combattere l’influenza della violenza. In poche parole occorre in primo luogo accertare la genesi. Vale più di qualsiasi condanna morale.