I carabinieri al lavoro dove è stata uccisa Augusta Brunori
I carabinieri al lavoro dove è stata uccisa Augusta Brunori

Perugia, 3 febbraio 2019 -  La sua ‘prigione’ è una stanza del Reparto psichiatrico dell’ospedale di Perugia, un corridoio dove non si arriva per caso: protetto da due pesanti porte blindate. Difficile entrare, molto di più uscire. Francesca Garofane, 35 anni, è da venerdì sera sottoposta a una misura cautelare per l’omicidio volontario di sua madre, Augusta Brunori, 69 anni. Uccisa il 14 gennaio scorso nell’abitazione di Villa di Magione con una coltellata alla schiena. Inferta con talmente tanta violenza da lacerare il polmone e lasciare il coltello conficcato tra le costole. Colpita mentre tentava di guadagnare la fuga nel giardino del casolare.

Dopo due settimane dall’ennesima tragedia in famiglia, dettata probabilmente dalla follia, il pubblico ministero Manuela Comodi, che coordina le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Perugia, ha raccolto gli elementi d’accusa contro la ragazza. Era stata la prima e l’unica sospettata sin dal principio. Ma la storia clinica di Francesca – sin dal 2006 – e le relazioni sulle attuali condizioni di salute predisposte dai medici dell’Spdc hanno persuaso procura e ufficio gip (giudice Natalia Giubilei) a emettere una misura in base all’articolo 286 del codice di procedura penale. Che prevede la detenzione in un luogo di cura, al posto del carcere.

La ricostruzione accusatoria parte dalle contraddizioni di Francesca. Che quel maledetto lunedì mattina – dopo aver ucciso la madre al termine di una discussione, secondo la versione del pm – prima chiama un amico dicendo che la mamma si è suicidata e poi suona al campanello dell’inquilino rumeno della villa denunciando una rapina finita nel sangue. All’interrogatorio davanti al pm che la raggiunge in ospedale, il giorno del delitto, Francesca da in escandescenze ma urla la sua innocenza.

Ma nei giorni  successivi le indagini dell’Arma chiudono il cerchio. Il padre della  ragazza viene sentito in caserma e riconosce l’arma – un coltellaccio da cucina di 30 centimetri – come un utensile della cucina dell’abitazione, in attesa che anche gli accertamenti in corso al Ris sul manico del coltello possano dire se e a chi appartiene il dna. Fondamentali saranno anche le dichiarazioni dell’inquilino rumeno che racconta delle liti precedenti al delitto e quelle dell’amico di Francesca.