Il sindaco Valentini (Lazzeroni)
Il sindaco Valentini (Lazzeroni)

Siena, 3 settembre 2015 -  Sindaco Valentini, è tornata d’attualità l’ipotesi che Banca Monte dei Paschi possa farcela da sola, senza aggregazioni dettate dall’alto. È una prospettiva realistica? «Sono stato il primo, in mezzo a commenti sarcastici, a dire che Mps doveva resistere all’obbligo di aggregazione imposto dalla Bce. Ora gli azionisti vedono la luce in fondo al tunnel e stanno valutando se la ripresa sia un fatto stabile».

Ma come si può invertire una rotta che sembra già tracciata?

«Gli imperativi sono sistemare i costi, ridare slancio ai dipendenti, ritrovare credibilità, produrre reddito e garantire un rafforzamento patrimoniale che sostenga l’operatività. Non escludo che in futuro si possano trovare sinergie vantaggiose, ma di certo rifuggendo dalle imposizioni e per giunta in tempi ristretti».

Il problema dei 45 miliardi di crediti deteriorati come si risolve?

«Gli autofinanziamenti portati a patrimonio e l’integrazione con operatori finanziari possono dare stabilità. I vertici della banca hanno ampia possibilità di manovra, anche perché la politica non esercita più alcun tipo di condizionamento, a decidere sono le regole del mercato. Banca e Fondazione non sono mai state libere come adesso. Avere tempo diventa determinante, in due anni Mps può guardarsi intorno e consolidare il ruolo di grande gruppo nazionale, è l’unico modo per tenere gli attuali organici a Siena».

Su questi temi si aspetta una convergenza anche in consiglio comunale?

«Spero che si sappia uscire dalla logica della campagna elettorale permanente lavorando nell’ottica del contributo e non della delegittimazione».

Dall’opposizione Eugenio Neri afferma però che senza operazione di trasparenza sul passato non esiste riconciliazione. Cosa replica?

«Per il passato vanno perseguite le responsabilità dirette di chi ha commesso errori ed economiche di chi lo ha consentito, come dimostrano le azioni di responsabilità verso le banche. E su questo non devono esserci indugi. Per le responsabilità politiche la parola spetta come sempre agli elettori, ma nessuno provi a chiamarsi fuori dal sentire collettivo mostrato in occasione della difesa miope del 51%, passaggio che ha impedito alla Fondazione di preservare il patrimonio. La stragrande maggioranza della città, opposizione compresa, era d’accordo».

Sul fronte giudiziario sono ipotizzabili ulteriori sviluppi?

«Non credo. Ho piena fiducia nella magistratura e due diversi tribunali, Siena e Milano, hanno escluso arricchimenti personali o tangenti, come tanti amano ripetere. Si tratta di una ferita che brucia, ma tenere aperto il dibattito politico serve solo a frenare la ripartenza della città».

È una ripartenza anche il nuovo corso della Fondazione? E su cosa si basa?

«Siamo a un nuovo inizio, perché la Fondazione è finalmente fuori dall’emergenza, ha un proprio patrimonio ridotto ma stabile, ha un ruolo nella Banca. Ha avviato una profonda ristrutturazione interna, come dimostrano le vicende Biotech, Sansedoni, Chigiana, e credo che potrebbe tornare a elargire erogazioni». Su quali basi? «Pochi progetti qualificanti, sostenibili e in grado di generare nuove risorse. In passato si sono fatte troppe cose solo con i soldi della Fondazione».