L’ultimo saluto della città a ’Lae’: "Lascia un testamento di passione"

Il popolo della Tartuca con i fazzoletti, una folla commossa al rito civile per salutare Laerte Mulinacci

L’ultimo saluto della città a ’Lae’: "Lascia un testamento di passione"
L’ultimo saluto della città a ’Lae’: "Lascia un testamento di passione"

Strazia il cuore, solcare via Tommaso Pendola nel mare di fazzoletti indossati dai tartuchini di ogni età. Se ci fosse un senso nella morte a 38 anni di Laerte Mulinacci - ma un senso non può esserci - sarebbe qua, in questa folla incredula e disperata accorsa quasi a riempire il vuoto che ha lasciato. Come se fosse la dimostrazione plastica di quel ’patrimonio culturale immateriale’ cui ha dedicato gli ultimi intensi anni di studi universitari. Quella "quotidianità di riti e incontri che entra nei comportamenti, nei modi di essere, nelle viscere", si dirà nelle orazioni funebri. Cosa c’è di più viscerale di una folla muta che si apre al passaggio del feretro e poi lo accompagna, come in un abbraccio collettivo, al saluto alla Piazza.

Quante volte, queste persone e questi fazzoletti hanno compiuto questo stesso tragitto per seguire il cavallo verso il Campo. Ora sono qui, commossi, ad accompagnare ’Lae’, quel soprannome naturale che risuona nelle voci spezzate nella sala delle vittorie, per chi ce l’ha fatta a tirare fuori qualche parola dal groviglio di emozioni che squassa questa comunità.

"Laerte ci lascia un testamento di impegno e passione, impariamo dal suo esempio – ha detto il priore Simone Ciotti –, il nostro impegno è portare avanti il suo messaggio di entusiasmo, solo così potremo trovare la forza di superare questo momento drammatico. Tutti uniti".

Oggi il ’tutti’ allarga la comunità di Castelvecchio, perché c’è davvero l’intera città. Ci sono i tifosi del Siena con cui ha condiviso migliaia di chilometri, spalti e cori. C’è la squadra attuale del Siena Fc al completo, tutti in tuta d’ordinanza con alla testa il mister Lamberto Magrini. E c’è anche Ernesto Salvini, ex ds.

"Noi ci saremo", scandisce al microfono Massimiliano Ermini, a rappresentare l’altra comunità cui i Mulinacci sono legati come a una famiglia allargata, quella dei Fedelissimi.

Ci sono i priori di altre Contrade, gli amici di sempre. Ed è persino sbagliato fare la contabilità di chi c’era, perché in realtà idealmente non manca nessuno. Lungo via Tommaso Pendola e in quella sala delle vittorie dove chissà quante volte, da delegato della Compagnia di Porta all’Arco, avrà introdotto i giovani al senso profondo di questi che convenzionalmente chiamiamo musei di Contrada, ma in realtà sono uno scrigno di vita che si rinnova ogni giorno, si stratifica sulle tracce di chi è venuto prima e al tempo stesso ne lascia altre per chi verrà. E sono anche, come in questo caso, il luogo dell’addio, delle lacrime, delle parole che provano a colmare la profondità di questo lutto che annichilisce prima di tutti mamma Senia e babbo Lorenzo. Oggi non potrà essere una consolazione, la consapevolezza delle tante persone corse a salutare ’Lae’ e le toccanti parole che si susseguono.

Domani chissà, quando resteranno le immagini e i ricordi. Quella voce di Laerte che viene fatta ascoltare mentre spiega il valore della sua ricerca, mentre parla di "identità e tradizione", di "patrimonio culturale immateriale come strumento di democrazia, inclusivo, partecipativo, diretto". Quel rullo di tamburo, all’uscita del feretro, che scuote come un fremito la strada ricolma di persone.

Ci dovrà essere da qualche parte, come si dice, un’"àncora di salvezza". O quell’immagine evocata, a nome di tutti, dai suoi amici di sempre: "Nel momento dei saluti, ho pensato a una canzone che tanto ci piaceva e che si è rivelata drammaticamente profetica: ’Voglio però ricordarti com’eri/Pensare che ancora vivi/Voglio pensare che ancora mi ascolti/Che come allora sorridi". Buon viaggio ’Lae’.