Letizia Marsili
Letizia Marsili

Siena, 4 agosto 2019 - Ci vorrà forse ancora tutto il mese di agosto prima di iniziare ad avere delle risposte sulla triste vicenda dei delfini morti lungo la costa Toscana, ma di sicuro è da Siena che quelle risposte arriveranno. Perché nonostante il mare sia distante da qui, è proprio l’Università senese il punto di riferimento di questa attività di ricerca, che mette in rete i tre atenei toscani e l’Osservatorio Toscano della Biodiversità. Ma già alcuni punti saldi ci sono. E se l’inquinamento è sicuramente da considerare almeno una concausa, perché la presenza di sostanze dannose indebolisce le difese di questi animali di fronte ai virus, il consiglio dell’esperto, in caso di avvistamenti futuri, che certo nessuno si augura, è quello di chiamare il 1530 ed evitare contatti con gli animali spiaggiati.

L’esperto in questione è la professoressa Letizia Marsili, docente di Ecologia all’Università di Siena e responsabile per le tre università regionali dell’Osservatorio Toscano della Biodiversità. Il suo Dipartimento di scienze fisiche, della Terra e dell’ambiente dell’ateneo senese è il perno di tutto questo lavoro, grazie anche all’apporto di altre realtà cittadine, come i musei, tra cui quello dell’Accademia dei Fisiocritici (di cui fa parte la stessa Marsili) che mette a disposizione il proprio laboratorio per l’attività di dissezione. Parte del lavoro successivo viene svolto dall’Arpat di Livorno, parte dall’Università di Pisa, ma le analisi tossicologiche sono eseguite nel laboratorio dell’Università di Siena.

«Mettendo insieme tutte le informazioni che otterremo – spiega la professoressa – potremo stabilire le cause di questi decessi, o meglio le concause, perché è tutto molto correlato. Di sicuro, possiamo già dire che gli alti livelli di contaminanti abbassano le difese immunitarie di questi animali e li espongono a una maggiore virulenza di certe patologie». I delfini si spiaggiano regolarmente ogni anno, ma stando a quello che è avvenuto nelle ultime settimane c’è qualcosa di diverso, che riguarda una specie in particolare, quella del tursiope, in genere quella che meglio si adatta alla vicinanza dell’uomo, e che proprio per questo motivo è quella di solito presente nei delfinari e nei porti. Gli esemplari recuperati erano di età diversa, alcuni molto giovani altri piuttosto vecchi. Unica costante: avevano tutti, con una sola eccezione, lo stomaco vuoto.

Il che fa pensare a una patologia che produca in qualche modo questo effetto. «Ne abbiamo esaminati nove – spiega la Marsili – ma questo è solo il numero di quelli che è stato possibile recuperare. In realtà erano di più, alcuni in avanzato stato di decomposizione. Altri, come l’ultimo trovato tra Capoliveri e Porto Azzurro, in una zona di scogliera che non era raggiungibile né dal mare né da terra. Tutto lascia pensare a un problema che riguarda la specie, ma prima dobbiamo concludere le indagini». Nel frattempo, se dovessero esserci nuovi avvistamenti, è bene comportarsi con cautela. «La prima cosa da fare – spiega la professoressa – è chiamare il 1530, sarà poi la Capitaneria a interessare chi deve intervenire, ovvero i responsabili dell’Osservatorio Toscano della Biodiversità. Per il resto, è meglio evitare contatti ravvicinati con questi animali, perché se hanno patologie di qualche tipo possono trasmetterle all’uomo. E ci sono anche patologie molto pericolose. Per cui, massima cautela».