Siena, 30 settembre 2017 - «Non ho nulla da nascondere, non sono un caporale», aveva detto Ferhat Bor. Era marzo e aveva ricevuto la visita dei carabinieri nella società Toscana Agriservizi a Montenero d’Orcia, nel comune di Castel del Piano, che gestisce insieme al fratello Muhammed. Adesso si trovano entrambi nel carcere di Santo Spirito a Siena. E sono accusati di intermediazione illecita, caporalato insomma, e sfruttamento del lavoro nelle campagne. Fornivano manodopera ad importanti aziende del Chianti, anche del Grossetano e della Valdorcia. Nomi della produzione eccellente toscana «ma – ha evidenziato il procuratore Salvatore Vitello che con il sostituto Nicola Marini ha coordinato l’inchiesta – non sono coinvolte nella vicenda».

«Non finisce qui», annuncia però il maggiore Sergio Turini che comanda la compagnia di Poggibonsi e ha eseguito ieri gli arresti. Oltre ai due fratelli in carcere è finito Mahmut Baylas, 28 anni, anch’egli turco, residente a Radda. Un caposquadra molto temuto dai nuovi ‘schiavi’. Braccianti agricoli di tutte le età, kosovari e afgani, altri arrivavano dal Nord Africa. Vivevano e lavoravano in condizioni drammatiche. L’inchiesta, scattata a inizio anno a seguito dell’incendio di un’abitazione nel Chianti, racconta di 12 ma anche 14 ore al giorno dia ttività.

Ne venivano pagate molte meno. Niente ferie e nei campi anche il giorno festivo. Lo stipendio, frutto di contratti a termine, non annoverava indennità. E se volevano forbici per potare viti e olivi oppure guanti il costo risultava scalato dalla paga. Dovevano fare veloci altrimenti scattava la minaccia. A volte la punizione: li lasciavano a casa per qualche giorno, senza retribuzione ovviamente. Paventavano il licenziamento. Ritorsioni nei confronti di chi, debole per via di permessi di soggiorno per asilo politico o magari motivi umanitari, non poteva dire no.

E si adattava a vivere, a Vagliagli oppure a Castellina in Chianti, in ambienti malsani con muffa e in promiscuità. Facile, secondo gli investigatori che hanno operato in sinergia con i colleghi del Nucleo ispettorato del lavoro di Siena, praticare poi prezzi fuori mercato. Un esempio. La potatura secca del vigneto costava da Agriservizi 0,14 euro a vite a fronte degli 0,28 previsti dal tariffario.

La stralciatura 0,07 contro 0,23 euro. I nuovi ‘schiavi’, 42 ad ora le parti offese, hanno dichiarato di ricevere una remunerazione pari a 6,5 euro l’ora, ben al di sotto di quanto previsto dal contratto nazionale di lavoro dell’agricoltura che fissa il compenso a 9,78 euro. Fra le novità l’ok del gip Roberta Malavasi al controllo giudiziario dell’azienda con la nomina di un amministratore. E se la Cgil si dice preoccupata ma non stupita perché da tempo denuncia forme di caporalato, il presidente della Regione Enrico Rossi plaude e invita a contrastare ancora con energia il lavoro nero. L’inchiesta, che annovera anche tre indagati, prosegue.