Dario e Achille dormono insieme nella tranquillità della loro abitazione in Sudafrica
Dario e Achille dormono insieme nella tranquillità della loro abitazione in Sudafrica

Pontedera, 11 agosto 2019 - «Ora i miei bambini sono la mia casa, il cuore caldo del giorno». Parole che ci arrivano dal profondo Sud del mondo, e che Giona Tuccini, docente universitario a Cape Town pronuncia, dopo che il Tribunale per i minorenni di Roma lo ha reso il primo single italiano padre, a tutti gli effetti, di due bambini anche nel nostro Paese. Dove i single non possono adottare. Il professor Tuccini ci racconta la sua storia.

Lei oggi è padre, anche per l’Italia. Quali sono le ragioni che l’hanno portata ad inseguire con determinazione questo risultato?

«La carriera universitaria in Sudafrica mi ha offerto un inquadramento economico di tutto rispetto e ottime garanzie esistenziali. In virtù del ruolo che ricoprivo, ho ottenuto prontamente la South African Permanent Residence (il corrispettivo della green card americana) e successivamente mi sono sottoposto alla procedura di naturalizzazione sudafricana. È a questo punto che, ritenendomi particolarmente favorito dalla sorte, ho deciso di fare una scelta enorme che mi avrebbe permesso di restituire l’amore ricevuto, moltiplicandolo».

Cosa può significare la sua esperienza per tanti altri uomini e donne del nostro, e del suo, Paese?

«Sinceramente non saprei. La storia della mia famiglia potrebbe destare perplessità, ma potrebbe anche iniettare euforia. Tanto per cominciare, il percorso che mi ha portato alla paternità potrà apparire a dir poco astruso agli occhi dei nostri connazionali, perché ad oggi in Italia non è permessa l’adozione monoparentale, a meno che non si tratti di adottare una creatura con gravi problemi di salute».

Che ne pensa?

«Questa è un’ingiustizia, perché ritengo che in materia d’affetti siano le qualità umane a contare e che a chiunque dovrebbe essere concessa la possibilità di amare e di diventare genitore, a prescindere dallo status civile e dall’orientamento sessuale. È il caso di dire che, così com’è concepita nel nostro Paese, l’adozione è una procedura discriminatoria ad alto livello consumistico».

Ci racconta come ha scoperto il forte desiderio di diventare genitore pur non avendo una relazione e come ha potuto realizzarlo a Cape Town?

«Avevo l’intenzione di diventare padre prima ancora di partire per il Sudafrica. La decisione di accettare la cattedra all’Università di Cape Town non è stata accidentale e va colta in trasparenza all’ambizione di crearmi una famiglia. Ho scelto di trasferirmi qui alla luce delle conquiste della società sudafricana post-apartheid, orientata alla tutela dei diritti umani e alla cultura della differenza. Per restare alla sua domanda, penso che quella alla genitorialità sia un’attitudine individuale, c’è addirittura chi la ritenga lepidamente una “vocazione al martirio”».

E poi?

«In Sudafrica l’iter adottivo prevede che un individuo che voglia diventare genitore debba svolgere un’esperienza di volontariato in uno degli innumeri orfanotrofi del paese. Per me, questa, è stata un’avventura folgorante e molto istruttiva. Prima ancora di accogliere Achille, il mio primogenito, ho frequentato per mesi un orfanotrofio di Città del Capo dove mi sono cimentato nel cambio di pannolini, nel bagnetto, nel taglio delle unghie di una moltitudine di infanti, nella preparazione di biberon e pappe e, soprattutto, nel riconoscimento delle distinte forme di pianto dovute alla noia, alla fame, alla solitudine e alla sofferenza; lezioni d’amore – queste – grazie alle quali ho capito che le esigenze di un bambino che si offre nel suo divenire e nel suo tenace attaccamento alla vita sono impagabili».

Com’è cambiata la sua vita dovendo pensare alla vita ed al futuro di due bambini?

«Il cambio di passo è radicale e lo sono anche le conseguenze. Per uno come me, con i pruriti dell’asceta, la patria è sempre stata altrove su questa terra. Dall’adozione di Achille, fino all’arrivo di Dario, la relazione con il mio primogenito è stata la più importante che abbia mai conosciuto. La mia famiglia di origine, i miei amici lo hanno conosciuto ed amato da subito. L’apporto di una tata a tempo pieno, selezionata con attenzione certosina, mi ha permesso una routine calda e rassicurante, che aveva al suo centro Achille, i suoi giochi e le sue necessità. Convinto della mia pregressa scelta parentale, nell’agosto 2014 ho chiesto di poter accedere per la seconda volta alla procedura di adozione di un altro bambino. Ed è arrivato Dario».

Il mondo, e con lui i rapporti sociali, sono al centro di grandi cambiamenti. Quali sono le sue riflessioni e i suoi propositi sull’Italia di oggi?

«Ammetto che fino a non troppo tempo fa avevo pensato di ristabilirmi in Italia, ma ragionandoci bene, con questi chiari di luna, non me la sento. Dopo la sentenza emessa dal Tribunale dei Minori di Roma, il problema che riguarda il mio nucleo familiare “bello variopinto” non è l’italianità o il rimpatrio, ma è un altro: l’accettazione del diverso e dello straniero nella nostra nazione. Fosse guidata da qualche barlume autocritico, certa gente starebbe quieta. E invece no. Abbiamo paura dell’alterità perché siamo degli ingrati. Troppo spesso dimentichiamo che gli italiani sono stati e continuano ad essere un popolo migrante. Prendete me, l’ennesimo studioso italiano all’estero. L’immigrazione che certi connazionali vorrebbero arrestare ha dato a tutti, loro compresi – giacché probabilmente avranno un avo o un congiunto oltralpe o oltreoceano – un luogo dove posare il capo. Lo straniero gli fa paura. Ci vedono il diavolo e se ne allontanano, come chi volesse ripararsi da un acquazzone. Ne hanno paura come i bigotti hanno paura dei gay».