"Un disastro a macchia di leopardo". Aziende distrutte e altre indenni

Il presidente dell’Avi Alessandro Michelucci fa il punto dopo l’alluvione che ha messo in ginocchio la Piana pistoiese

L'alluvione ha devastato parte della Piana pistoiese
L'alluvione ha devastato parte della Piana pistoiese

Pistoia, 13 novembre 2023 – Passano i giorni dalla terribile notte del 2 novembre scorso che ha cambiato il volto, e la vita, di migliaia di persone nella Piana pistoiese, e si vedono sempre di più i segni della devastazione, nelle abitazioni così come per l’economia. Il segnale che preoccupa maggiormente arriva dai campi e dai vivai del Distretto, principale fonte di sostentamento di tutto il territorio che potrebbe avere davanti mesi complicatissimi dopo la ripresa seguita all’emergenza sanitaria. Le stime, in milioni di euro, sono ancora complicate e poco veritiere da fare. Intanto anche l’Avi (Associazione Vivaisti Italiani), prova a tirare le somme e a cercare di trovare le soluzioni per ripartire. Ne parliamo con il presidente Alessandro Michelucci.

Sono ormai passati dieci giorni da quella notte: cosa cambierà per il mondo vivaistico di casa nostra?

"Ho preferito aspettare un po’ di tempo prima di fare delle valutazioni: purtroppo, ora dopo ora, mi arrivano notizie dai colleghi vivaisti di numerosi esemplari di piante che in un primo momento sembravano in buone condizioni e che, invece, sono state compromesse. Abbiamo vissuto questa alluvione a macchia di leopardo se si pensa a zone come la Bottegaccia, Valenzatico, via Rubattorno dove ci sono interi campi da buttare oppure con piante che non saranno vendibili in primavera. A questo, poi, vanno aggiunte le conseguenze per le produzioni che dovevano diventare buone fra 3-4 anni, visto che la filiera vivaistica non è certo stagionale: ecco perché la preoccupazione è enorme".

Quali sono le specie che hanno sofferto maggiormente?

"Sicuramente i sempreverdi perché hanno avuto le foglie sotto l’acqua almeno per un giorno intero e, una volta che tutto si è prosciugato, iniziano ad annerirsi e diventano invendibili. In più tutto, il fango che ha coperto le foglie ne ha fermato la respirazione, mettendole ko. A questo, poi, ci va aggiunto il forte vento che ha soffiato dalla notte e per tutto il 3 novembre: con il terreno saturo e pieno d’acqua, le radici delle piante non hanno retto. Di fronte alle raffiche, quelle che erano in pieno campo sono state completamente sradicate: anche questi esemplari non si potranno vendere".

Eppure avete notato un aspetto da non sottovalutare...

"Dove ci sono vivai intensi o importanti vasetterie, mi vengono in mente le zone di Ramini o Badia a Pacciana, non ci sono stati particolari danni. Questo perché il vivaista, per curare al meglio il proprio appezzamento, fa la manutenzione ordinaria nelle fosse. Nei punti dove ha esondato la Stella, per esempio, non c’è nemmeno un vivaio confinante: si sente dire in giro che la gente addita ai vivaisti, e alle coltivazioni intensive, il fatto che i terreni non riescono a far defluire l’acqua, invece portano soltanto benefici. Inoltre la presenza di quantità massicce di terriccio fa da spugna nel rilascio delle decine di migliaia di metri cubi di pioggia caduti fungendo quasi da materasso prima di finire nei fossi che, altrimenti, sarebbero tracimati a decine".

F enomeni così intensi stanno diventando sempre più frequenti: cosa si dovrebbe fare per limitare i danni?

"Innanzitutto voglio esprimere la nostra vicinanza e solidarietà a quelle famiglie che hanno perso tutto, perché è sicuramente ben più grave rispetto al fatto che fra tre anni una pianta non possa nascere per essere venduta. Nel nostro settore, ci sono aziende che sono state colpite in maniera lieve e altre quasi travolte del tutto. Dobbiamo fare una maggiore manutenzione di tutti i fossi, proprio come facevano i contadini un tempo, anche quelli di confine fra un campo e l’altro".