Pistoia, 14 gennaio 2022 - Interventi chirurgici non urgenti ridotti fino al 70%. Tradotto, un volume di attività di sala prosciugato rispetto ai tempi pre-covid, nell’impossibilità più assoluta di riprogrammare non solo per assenza di posti letto nei reparti di terapia intensiva e di medicina, ma anche per la carenza di personale, letteralmente risucchiato dalla gestione dell’emergenza. Sapere quando verrà recuperato quel gap enorme di operazioni accumulato dal febbraio 2020 non è neppure ipotizzabile, come sottolinea il dottor Sandro Giannessi, direttore dell’area chirurgica aziendale e della chirurgia generale del San Jacopo e dell’ospedale di Pescia, nemmeno "se la chirurgia lavorasse al 130% delle sue possibilità". 

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Dottor Giannesi, qual è la situazione della chirurgia a Pistoia, quali differenze tra il ritmo pre-Covid e l’attuale?
"Per quel che riguarda Pistoia e Pescia attualmente siamo nell’ordine del 65-70% di interventi chirurgici in meno rispetto ai tempi pre covid. Un’evidenza su tutte: nel 2019 a Pistoia viaggiavamo a un ritmo di quindici sale operatorie la settimana, adesso una al giorno e neppure tutti i giorni. L’ottima collaborazione che abbiamo con l’ospedale di Pescia ci ha in qualche caso salvato, consentendoci di far transitare da un ospedale all’altro pazienti e chirurghi. Ma la situazione è pesante e già nel 2020 come Acoi (Associazione chirurghi ospedalieri), di cui sono coordinatore regionale, lanciammo l’allarme all’assessore Bezzini". 

Il 2021 è bastato per smaltire gli arretrati del 2020?
"Secondo uno studio fatto su scala nazionale con l’Acoi stessa, nel 2021 avremmo dovuto lavorare al 130% per recuperare gli interventi persi nel 2020. Non abbiamo raggiunto l’obiettivo per molte ragioni e nel frattempo siamo ripiombati indietro sul fronte dei ricoveri per Covid". 

La causa principale di questa drastica riduzione è da imputare alle terapie intensive di nuovo sature o c’è dell’altro?
"Il problema delle terapie intensive è indubbiamente importante, ma non è l’unico. Sono stati ridotti drasticamente i posti letto in chirurgia poiché convertiti in posti Covid. Adesso in chirurgia ne abbiamo 12, erano 50 nel pre-pandemia. Inoltre medici e infermieri sono stati dirottati in altri reparti. Tutto questo ci impedisce di fare una programmazione normale". 

Quali interventi sono saltati, quali si riesce a garantire? "Nella lista di quelli sospesi ci sono calcolosi, ernie, emorroidi, varici, malattie infiammatorie, obesità patologica, le patologie intermedie della mammella. Le urgenze invece sono sempre garantite e mediamente gli interventi oncologici seppur con grande sofferenza e difficoltà. A volte siamo stati costretti ad andare a operare i pazienti altrove, a Borgo San Lorenzo, a Pescia. In Italia nel 2020 sono stati operati centinaia di tumori al colon in meno, che sono stati in parte diagnosticati tardivamente ma in parte anche ritardati nella diagnosi. Un pericoloso domino". 

Come si esce dall’impasse, ipotizzando di dover convivere con il SARS-CoV-2 ancora per un po’?
"Occorre in tutta Italia potenziare l’assistenza sul territorio per decongestionare gli ospedali, riportare chirurghi e infermieri di sala a fare il loro lavoro, quello al quale sono deputati, rivedere l’organizzazione del pronto soccorso, potenziare il personale e le terapie intensive. Senza un progetto che contempli un’organizzazione flessibile dei reparti, un progetto di sviluppo, di ripresa e di ripartenza a pieno regime e anche di più sarà difficile recuperare due anni persi".