L'italianista Nicola Gardini
L'italianista Nicola Gardini

Pistoia, 24 maggio 2020 - Disorienta e confonde e ci mette di fronte a delle novità, così come accade in queste settimane di emergenza, che hanno improvvisamente scardinato la normalità di ognuno: è il dolore, che ci sorprende ‘nudi’, che vorremmo scacciare in fretta, perché, come la società ci ha insegnato, soffrire è sbagliato. Ma se solo imparassimo ad ascoltare, ad ascoltarci, ecco che potremmo cogliere la preziosa opportunità che ci si para davanti. È sulle “Parole del dolore” che verterà la conferenza dell’italianista e scrittore Nicola Gardini, in visione oggi sui social dei Dialoghi sull’uomo. Professore di letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, con un passato da insegnante di latino e greco al liceo e nell’università italiana dal quale si è poi licenziato, Gardini è un appassionato scrittore, poeta, italianista e anche artista. Il suo ultimo libro, edito da Garzanti, si intitola “Rinascere. Storie e maestri di un'idea italiana”.

Perché oggi si tende a concentrarsi più sulle parole che dividono e non su quelle che uniscono?
“È sempre stato così, solo che oggi queste divisioni assumono proporzioni mastodontiche per via dei canali della comunicazione digitale che risulta tanto più dinamica e ginnica nello scontro. È vero che nell’essere umano l’inclinazione allo scontro è un istinto. Ma c’è anche da dire che la tendenza all’incontro, alla condivisione in un’ottica di amicizia è difficile da costruire perché richiede impegno e comprensione dell’altro. Dunque un po’ i canali, un po’ la fretta ed ecco che si preferisce ricadere sulla parola che divide. E proprio perché rapida questa via crea conseguenze forse più grandi delle intenzioni di partenza. Tutti dovremmo cominciare non a dire necessariamente cose buone, ma a pensare molto prima di parlare”.

Andando al tema del suo intervento ai ‘Dialoghi’: dare forma di parola al dolore quasi per esorcizzarlo, come si fa?
“Vedo una tendenza a credere che il dolore sia sbagliato, che sia un intralcio del quale liberarsi in fretta. Un nuovo linguaggio per il dolore avverrà nel momento in cui avremo la forza di ascoltarlo e non di pensarlo inutile. Quello che il dolore ci dice a volte è indecifrabile, anche perché esso ci confonde, ci mette davanti a delle novità, come il dolore scaturito dall’emergenza di oggi. Quando questo dolore ci tocca, noi diventiamo gli altri ed è allora che l’esperienza del dolore diventa forma di alienazione positiva perché finalmente noi ci vediamo con gli occhi dell’altro. Sfruttare il dolore significa collocare noi stessi dentro un ambito di vita diverso, più ampio”.

La società sempre più multiculturale ha influenzato anche il nostro vocabolario. Quanto è giusto che nel nostro parlare entrino anche parole straniere?
“Questo succede da sempre nella storia delle lingue: le lingue s’incontrano, si danno baci, si prestano cose. Credo che si debba sempre avere in mente la frase, non solo il singolo termine. Quando noi parliamo costruiamo frasi e unità di senso. Il forestierismo è un pugno nell’occhio spesso, un boato nell’orecchio che rovina la frase. L’obiettivo è costruire una musica nella frase, dove non ci siano parole che si arrogano il diritto di primeggiare sulle altre. E invece ci troviamo in un ibridismo che si crede sempre a casa mentre è sempre fuori posto. L’italiano sta dimostrando povertà delle metafore, sono spariti i registri e la pertinenza. Basta vedere come parlano i politici: il tono, il lessico e la sintassi sono spesso spaventosi”.

Il suo legame con la lingua latina è forte. Che senso ha ancora oggi studiarla a fondo?
“Anche una preparazione superficiale è doverosa come esercizio storico, comprensione dell’altro, avvicinamento al lontano. La lingua latina ci aiuta ad avere più coscienza storica e di questo noi abbiamo bisogno. Un giovane che ci si misuri ha da trarne vantaggi, oltre che un grande divertimento”.