"La documentazione degli esuli delle foibe: un tassello per la storia italiana"

La documentazione relativa al riconoscimento dello stato di profugo dei migranti provenienti dalla Dalmazia, dal Venezia Giulia e dall'Istria è stata regolarizzata e trasferita all'Archivio di Stato di Massa. Questi documenti permettono di ricostruire la storia degli esuli e il loro contributo all'Italia. Molti di loro preferiscono mantenere il riserbo a causa della stigmatizzazione subita. L'esodo è stato un incubo per molti, ma sono venuti per rimanere italiani.

Arrivarono anche nel territorio apuano per restare italiani migliaia di esuli scampati alle foibe. Più di 70 anni dopo, ieri mattina è stato regolarizzato il passaggio dalla Prefettura all’Archivio di Stato di Massa della documentazione relativa al riconoscimento dello stato di profugo di quanti arrivarono dalla Dalmazia, dal Venezia Giulia e dall’Istria. "In quei documenti troviamo i fascicoli personali di chi fu accolto nei due campi a Marina di Massa e Marina di Carrara – spiega la direttrice dell’archivio Francesca Nepori –, per il riconoscimento dello stato di profugo. Queste persone abbandonando i loro territori dovettero lasciare case e parenti, molti dei quali furono infoibati, ma soprattutto lasciarono il lavoro quindi ogni capacità di sostentamento".

Secondo un censimento dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati’, il 45,6% degli esuli erano operai, il 23,4 donne e anziani, il 17,6 impiegati e dirigenti e solo il 13,4 commercianti, artigiani e professionisti. "I campi profughi dovevano servire per accogliere queste persone – prosegue la direttrice Nepori –. Ci sono 750 fascicoli personali, ma all’interno troviamo i componenti dei nuclei famigliari perché il riconoscimento dello status veniva avanzato dal capofamiglia. Una documentazione che permette di riconoscere anche le persone che poi dovettero abbandonare Eritrea, Egitto e in generale i territori dell’Africa nord orientale. Capiamo che i fascicoli sono di uno spessore culturale importante e soprattutto ci permettono di ricostruire uno spaccato della storia dell’Italia che ha bisogno di essere analizzato e interpretato".

I dati, spiega Francesca Nepori, sono stati conservati in Prefettura e quindi erano già stati ordinati dal personale. "Ci hanno allestito un elenco dettagliato dei nomi a cui si riconducono i fascicoli personali – continua – . Metà del lavoro è già stato fatto ora speriamo che qualche laureando abbia voglia di studiare la documentazione per ricostruire i nuclei familiari che hanno messo piede nel nostro territorio".

Diversi profughi, negli anni, si sono vergognati del loro status, forse per paura o per timore di ritorsioni perché "la maggior parte vennero considerati fascisti, ma per loro il riconoscimento dello stato di profugo serviva per avere autonomia economica . "Molti di loro preferiscono ancora adesso mantenere il riserbo, la privacy – racconta ancora –, c’è stata una stigmatizzazione di queste persone. Nella documentazione che abbiamo esposto ci sono solo i fascicoli personali dei membri dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia perché sappiamo che loro hanno superato questo impasse, ma c’è ancora tanto riserbo. Spero che la documentazione permetta di comprendere che queste persone dovettero abbandonare le loro case e il loro il cuore".

"L’esodo per tanti è stato un incubo, aggrediti e bistrattati – sottolinea Sergio Tabanelli del comitato associazione Venezia Giulia e Dalmazia – . Erano venute per rimanere italiane". Un momento storico quello di ieri mattina all’Archivio di Stato, momento che ha visto partecipi il questore Santi Allegra, il tenente colonnello dei carabinieri Paolo Floris, il vicario del prefetto Andrea Leo; il vescovo Mario Maccari, il presidente della Provincia Gianni Lorenzetti; i sindaci di Massa, Francesco Persiani e di Carrara, Serena Arrighi.