La strage nazista di Fivizzano (Massa Carrara)
La strage nazista di Fivizzano (Massa Carrara)

Fivizzano (Massa), 25 agosto 2019 - Una delle prime lettere che ho ricevuto quando sono diventata direttrice de La Nazione era firmata da Roberto Oligeri, storico collaboratore di questo nostro giornale dal paese di Fivizzano. Il suo nome non mi ha risvegliato alcun particolare ricordo, sul momento, ma proseguendo nello scambio di messaggi ho scoperto che aveva a che fare con me e con la storia della mia famiglia in maniera profonda, tale da andare a toccare quelle corde segrete e dolorose che vengono trasmesse di padre e madre in figlio, allo stesso modo con cui si trasmette il colore degli occhi, o dei capelli, o la statura. Ne parlo oggi perché è il giorno in cui si commemora il 75esimo anniversario delle stragi nazifasciste di Fivizzano.

Qui stamani Sergio Mattarella e il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ricorderanno i morti. Furono 159 tra Bardine e San Terenzo Monti: insieme a Vinca – anch’essa massacrata coi suoi 173 morti in quella settimana di carneficine, tra il 17 e il 25 agosto 1944 – erano e restano paesi minuscoli nascosti nei boschi di querce e castagni di quella terra di mezzo che è la Lunigiana, stretta fra le Apuane e il Tirreno. Fra le vittime della strage di San Terenzo c’è la mia bisnonna, per lato materno, e ci sono i cinque fratellastri e sorellastre di Roberto Oligeri, che avevano dai tre ai 19 anni, e che di quella strage sono rimasti simbolo della memoria del paese, sono diventati una delle storie che i sopravvissuti hanno raccontato a chi è venuto dopo di loro, con il pudore che nei traumi collettivi si portano dietro le intime tragedie dei singoli.

I superstiti hanno questo modo quasi vergognoso di raccontare le guerre e l’orrore, come se si sentissero obbligati a doverlo dimenticare, come se dimenticarlo sia l’unico modo per proseguire in qualche maniera nel mondo dei vivi. Così mia nonna, che la sera del 19 agosto 1944 aveva seppellito sua madre, o quel che ne restava, ancora quasi ottantenne rievocava quei fatti a bassa voce: non riusciva a parlarmi di sua madre, la nominava con fatica, ma mi parlava dei fratelli Oligeri, i figli dell’oste del paese. Mentre lui era costretto a servire cibo e vino al maggiore delle SS Walter Reder e ai luogotenenti nazisti, a pochi chilometri di distanza nei campi di San Terenzo, sua moglie e i suoi figli venivano ammazzati davanti alla fattoria di Valla, dove un centinaio di donne, vecchi e bambini era stato rastrellato fin dall’alba.

Per ucciderli, dopo sevizie durate un’intera giornata, i nazisti usarono delle mitraglie che avevano una gittata capace di colpire l’obiettivo a due chilometri di distanza. Quelle vittime, messe in fila l’una accanto all’altra, si trovavano a meno di quindici metri dalle armi, cosicché in molti casi i loro corpi furono deturpati al punto da renderli irriconoscibili. Mia nonna non riusciva a parlare di sua madre, né di quando per seppellirla dovette caricarla insieme a tutti gli altri corpi su un carro che in Lunigiana si chiama tragia e che veniva usato per trasportare le merci. Raccontava invece del sangue che si era rappreso sui covoni di grano e sui tralci di vite intorno ai cortili, e che era rimasto stagnante a terra: talmente tanto, diceva, che sembrava fosse acqua nera.

E poi raccontava di una bambina, Clara Cecchini, che aveva sette anni, e che fu trovata viva sotto tutti quei morti, nascosta e protetta dai cadaveri per ore: diceva che era stato un miracolo. E poi parlava delle camionette naziste, del rumore delle ruote sul sentiero pieno di foglie di castagno, del teschio sull’elmetto dei soldati, dei pugnali dentro gli stivali, delle mimetiche, delle retine nere che coprivano il viso degli italiani della X Mas – li chiamavano i maimorti – che accompagnavano i tedeschi e che si coprivano il viso per non farsi riconoscere.

Diceva che uno di loro suonava l’organetto, e che l’organetto aveva suonato per tutto il tempo in cui era durata la strage, dall’alba alla sera, mentre i soldati stupravano, o seviziavano, o torturavano: c’era sempre quell’organetto, diceva, e non so come glielo avessero raccontato, come quei racconti fossero diventati così vividi in lei, quasi che sentisse ancora l’organetto nelle orecchie mentre ne parlava. Si salvò perché lasciò il paese il giorno prima della strage: se lo sentiva, diceva, e del resto le guerre sono sempre piene di premonizioni, coincidenze fatali, mani del destino che si posano o meno sulle teste dei poveri, i più poveri fra i poveri, che si vedono arrivare addosso le furie omicide dei nemici senza un perché. Mia nonna era una contadina analfabeta, e ancora a distanza di decenni non poteva spiegarsi chiaramente il motivo di quell’orrore.

Diceva che i nazisti erano arrivati dopo l’attacco dei partigiani a Bardine (sedici soldati tedeschi uccisi), come rappresaglia per quell’attacco. E mentre lo diceva non si capiva se ce l’avesse con loro, in fondo in fondo, coi partigiani, ma la verità è che mia nonna – che aveva perso sua madre, che l’aveva seppellita trasportandola su un carro merci, che aveva camminato coi piedi nel sangue, che aveva visto uomini e ragazzini impiccati col filo spinato ai pali e alle piante ai lati della strada del paese – non poteva soffermarsi a riflettere sulle buone o cattive ragioni della guerra, lei che della guerra era e sarebbe sempre rimasta una vittima, l’ultima delle ultime.

Fino  a che è morta non ha mai potuto sentir parlare tedesco. Quando una coppia di austriaci venne una settimana in villeggiatura in un appartamento accanto al suo – eravamo già negli anni ’80 – lei si chiuse in casa una settimana pur di non incontrarli. Le sue figlie non avrebbero mai colto fino in fondo il motivo di un odio così viscerale, non avrebbero mai potuto sentire quello che sentiva lei. Sono cresciute in un’epoca in cui l’unica volontà di tutti era dimenticare l’orrore quasi non ci fosse mai appartenuto, un’epoca in cui l’Europa ha iniziato a desiderare l’unità e le frontiere hanno iniziato a dissolversi. Oggi quel clima non c’è più, né in Italia né in Europa.