Il primo Giorno del Ricordo senza Iole. Il suo dono a Gorizia e l’ultima intervista

La signora Iolanda Pahor Pellini fu una delle migliaia di italiani profughi dai territori fiumani e istriani

Il primo Giorno del Ricordo senza Iole. Il suo dono a Gorizia e l’ultima intervista
Il primo Giorno del Ricordo senza Iole. Il suo dono a Gorizia e l’ultima intervista

Domani, sabato 10 febbraio, sarà il suo primo “Giorno del Ricordo“ senza la sua presenza fisica, ma in compenso il bel ricamo a punto croce, incorniciato, fatto con le sue mani, raffigurante lo stemma della città di Fiume (oggi Rijeka, in Croazia), rimarrà per sempre a Gorizia, la città che l’accolse come giovane profuga nell’autunno del 1946, proveniente dalla nativa Fiume.

Parliamo della signora Iolanda Pahor Pellini, chiamata da tutti Iole, classe 1929, una delle migliaia di italiani profughi dai territori fiumani e istriani dopo il 1945, scomparsa a Vergnano di Borsigliana Piazza al Serchio nello scorso 18 dicembre 2023, la quale, qualche anno fa, in un atto di affetto e riconoscenza aveva donato il quadro con lo stemma di Fiume all’amministrazione comunale di Gorizia, dopo averlo conservato nella sua casa per tanti anni. Nel 1950 Iole aveva conosciuto un giovane carabiniere garfagnino, Piero Pellini, in servizio a Gorizia, nativo di Borsigliana di Piazza al Serchio e da qui la sua presenza in Garfagnana, dove ha trascorso la vecchiaia, vicino ai figli Marcello, Ottavio e Patrizia e alle loro famiglie, mentre la primogenita Pia risiede a Pescia.

Per tutta la sua lunga vita, il ricordo di Fiume è stato forte, attenuato in parte dai contatti, prima per lettera e telefono e poi con Facebook e Whatsapp, con tanti altri profughi sparsi in tutta Italia. "La mia famiglia - ci aveva raccontato qualche anno fa - con papà Adolfo, mamma Marcella, i figli Renato, Ettore, Eleonora, Marcella ed io, che ero l’ultima nata, italiani e cattolici, vivevamo bene a Fiume. Avevamo una panetteria-pasticceria- bar e gelateria. Ogni giorno si lavorava 6-8 quintali di farina. La guerra ci aveva sfiorato, ma non coinvolto. Poi l’inizio della tragedia e della diaspora della mia famiglia".

"Con l’arrivo delle truppe jugoslave - aveva continuato a raccontare - cominciammo a temere. Mia sorella Marcella, più grande di me di 10 anni, per la sua attività di volontariato a favore degli sbandati e dei poveri della città, fu minacciata più volte e la paura delle foibe cominciò a farsi forte. Papà Adolfo era morto nel 1942. Per prime, Marcella ed io, partimmo per Gorizia, dove risiedeva zia Romana con il marito Augusto. Gli altri rimasero per qualche mese a Fiume cercando di vendere i beni di famiglia, ma presto arrivò per tutti l’ora traumatica di partire, abbandonando in pratica tutto. Rimanere a Fiume avrebbe voluto dire trasformare in cooperativa socialista la nostra azienda privata. In pochi mesi la mia famiglia si sparse da Gorizia a Milano, a Sulmona in Abruzzo".

"Abbandonai anche i miei studi alle Magistrali e a Gorizia cominciai ad aiutare zia Romana nel lavaggio e stiratura delle divise dei soldati americani - concludeva - . Imparai presto a lavare i panni nelle acque del fiume Isonzo e a stirare. La mia spensierata e felice gioventù era rimasta a Fiume, come ho sempre continuato a chiamare la mia città natale".

Dino Magistrelli