Rosignano, 28 febbraio 2016 - Quanto vale la vita di un servitore dello Stato che ha offerto la propria per costruire la pace nelle missioni internazionali? Ottocentomila euro, dopo quindici anni di battaglie dolorose, per la famiglia, nelle aule di tribunale. Ma potrebbe anche non avere alcun valore se l’Avvocatura dello Stato vincesse il ricorso, presentato poche settimane dopo la sentenza – la prima che riguarda militari del Tuscania – che ha dato ragione alla vedova di un soldato ucciso dall’uranio impoverito. Dura lex, sed lex.

Il servitore dello Stato si chiamava Pasquale Cinelli, militare del Reggimento Paracadutisti Tuscania, fiore all’occhiello dell’esercito italiano. A ucciderlo, quando aveva poco più di 40 anni, è stato un tumore, un terribile tumore al colon provocato dalla contaminazione con l’uranio impoverito durante le missioni all’estero. Somalia, Bosnia e altre ancora. Era il 19 novembre del 2000. La sentenza, che stabiliva un risarcimento per Giovanna Soria e la figlia Jessica, risale agli inizi di gennaio 2016, dopo 15 anni di lotte e di dolore. Sulla pelle di due donne coraggiose.

Poche settimane più tardi, qualche giorno fa, è arrivata la doccia fredda: la comunicazione dell’Avvocatura dello Stato che ha fatto ricorso in Appello contro la sentenza dei giudici fiorentini. Giovanna Soria è naturalmente amareggiata e ha sfogato la sua amarezza e la sua rabbia, come accade nell’epoca dei social, anche su Facebook. «Sono molto amareggiata – racconta dal suo salone di parrucchiera che gestisce da tanti anni a Rosignano, sull’Aurelia – quei soldi non rappresentano una vincita fortunata, ma sono un atto di giustizia nei confronti di mio marito, dell’uomo con il quale avevo scelto di invecchiare insieme, del padre di mia figlia, che quando è morto aveva 9 anni. È stato un pugno nello stomaco sapere che la sentenza è stata impugnata dall’Avvocatura dello Stato. Mio marito è stato un servitore dello Stato. Il giorno dell’addio il feretro era avvolto nel Tricolore. Non è il simbolo dello Stato? Eppure ora sono arrabbiata ed amareggiata. Quel denaro non ha per noi un valore economico, ma rappresenta un senso di giustizia, un atto dovuto per il significato della vita di un servitore dello Stato. Il mio avvocato, Angelo Fiore Tartaglia, mi ha spiegato che sarebbe potuto accadere. Io speravo che non succedesse». Giovanna Soria è una donna del Sud, una donna coraggiosa. A parlare è il suo cuore.

«Era appena rientrato dalla missione in Bosnia – ricorda – quando si è sentito male pensavamo a un mal di stomaco. Era un tumore. Il suo fisico si è arreso alla malattia. La nostra battaglia, affinché venisse riconosciuto che ad ucciderlo è stato l’uranio impoverito, è iniziata subito. Ed andata avanti per ben 15 anni. Poi è arrivata la sentenza che ritenevamo giusta. Ma esiste la giustizia se ora è stato presentato un ricorso e lo ha presentato lo Stato? Non trovo risposta». La risposta è però in quel tricolore che ha avvolto il feretro. Silenzio, è stato ucciso un eroe, un servitore dello Stato. Silenzio e rispetto.