Lo stabilimento Solvay
Lo stabilimento Solvay

Rosignano (Livorno), 13 luglio 2015 - Il signor M.B. aveva lavorato per 31 anni nello stabilimento chimico Solvay di Rosignano, per la precisione nel settore manutenzioni. Poi si è ammalato di tumore al polmone. Quindi la morte, tre anni dopo essere andato in pensione. Una tragedia per la famiglia e gli ex colleghi di lavoro. Ma dopo anni di battaglia giudiziaria a colpi di carte bollate lo scorso 9 luglio è giunta la sentenza del giudice del lavoro di Livorno che ha dato ragione alla famiglia dell’ex dipendente Solvay. La signora A.L., vedova di M.B., nel 2012 aveva infatti intentato causa contro l’Inail (l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) per la corresponsione della cosiddetta “pensione amianto” e a seguito della sentenza l’istituto previdenziale sarà costretto a pagarle, con decorrenza dal 18 luglio 2010, l’assegno di reversibilità (con i benefici del comma 7) e le spese funerarie, oltre al diritto di usufruire del “Fondo vittime amianto” (10% sulla reversibilità). Una vera e propria svolta nelle cause giudiziarie relative alle morti da amianto, con la vittoria in tribunale che è andata a premiare la tenacia dell’avvocato Ezio Bonanni (presidente dell’Osservatorio nazionale sull’amianto) che, con la collaborazione del legale Isabella Sardella del Foro di Pisa, ha patrocinato la vedova in tutto l’iter giudiziario nella convinzione di ribaltare la tesi avanzata dall’Inail, tesi con la quale veniva negata l’esposizione all’amianto “contro la realtà dei fatti”. “Si tratta di una delle prime volte – ha detto l’avvocato Ezio Bonanni – che viene riconosciuto il danno da esposizione per un decesso da tumore e non da mesotelioma. Dopo cinque anni il giudice del lavoro, Francesca Sbrana, ha ritenuto lampante il fatto che la difesa avanzata dall’Inail fosse infondata e che il tumore polmonare è una patologia asbesto-correlata. Al signor M.B. mai era stato comunicato che l’amianto è un killer mortale che uccide senza pietà, quindi l’uomo ha continuato a maneggiarlo ed anche a mangiarlo, quando nelle pause-pranzo consumava i pasti con indosso la tuta contaminata. Il tribunale ha escusso testimoni e ha disposto la perizia tecnica e la CTU medico-legale: una mole di prove che ha dimostrato incontrovertibilmente come l’uomo sia stato esposto all’amianto e che la malattia era di origine professionale».
 
«Sono decine – conclude Bonanni – le cause già pendenti che l’Inail ha rigettato in via amministrativa. In questo modo vengono penalizzate le vedove dei morti per amianto, in quanto l’ente nega il diritto ed impegna queste donne in lunghe e dure battaglie giudiziarie, e aggiunge al dramma della morte anche quello di una causa che impegna per anni testimoni, periti, accertamenti tecnici e medico-legali. L’Inail dovrebbe agire in prevenzione ed essere dalla parte delle vittime, perché è comunque un ente dello stato. Purtroppo, invece, ha sposato le tesi del datore di lavoro, che continua a negare ciò che è sotto gli occhi di tutti, ovvero che le malattie che hanno causato la morte di questi lavoratori della Solvay sono di origine lavorativa».