Marco Mandolini
Marco Mandolini

Livorno, 13 giugno 2017 -  «NON CREDO che riusciremo mai a sapere la verità sulla morte di mio fratello. Siamo scoraggiati. Lo Stato ha dimenticato un suo servitore e, fatta eccezione per i suoi amici, anche il mondo militare ha dimenticato il maresciallo Marco Mandolini». Sono parole che chiudono a ogni speranza di arrivare alla soluzione del giallo, quelle di Francesco Mandolini, fratello di Marco, l’incursore del Col Moschin, guardia del corpo del generale Bruno Loi durante la missione Ibis in Somalia, massacrato 22 anni fa, il 13 giugno del 1995, sulla Scogliera del Romito, a Livorno. Un «cold case», un delitto senza colpevole, che sembrava aver avuto un impulso due anni fa, quando le nuove indagini disposte dalla procura di Livorno avevano isolato il Dna del presunto assassino. Marco Mandolini, militare esperto, innamorato del suo lavoro che svolgeva con professionalità e dedizione, originario di Castelfidardo (Ancona) dove ancora vivono i suoi familiari, il 13 giugno 1995 era a Livorno per un periodo di riposo.

E QUELLA sera andò incontro al suo assassino: nonostante l’addestramento ricevuto, le doti fisiche del basco amaranto del Col Moschin, l’agguato gli fu fatale. Quaranta coltellate e, per finirlo, schiacciato con un masso da 25 chili. L’agguato - questa la pista seguita subito dopo l’omicidio - teso da una persona che Mandolini conosceva bene. Perché un incursore non avrebbe mai rivolto le spalle a uno sconosciuto. Il movente? Negli anni si sono fatte svariate ipotesi. La pista del delitto maturato in ambiente omosessuale, smentita categoricamente dai familiari e da chi conosceva bene il maresciallo Mandolini. Altra pista, quella economica: Mandolini avrebbe investito i suoi soldi in una finanziaria poi fallita. Dopo l’omicidio, infatti, l’assassino aveva tolto dai pantaloni della vittima il portafoglio prendendo i soldi e lasciando i documenti personali. Un altro tentativo per sviare le indagini?

E ancora: il complotto internazionale che avrebbe visto Mandolini vittima di manovre oscure. Si parlò di collegamenti con il caso della giornalista Ilaria Alpi uccisa anche lei in Somalia. I magistrati hanno sottoposto al test un gruppo di persone e tra queste anche i commilitoni del sergente maggiore del Col Moschin, il reparto degli incursori. Nessun esito però E i familiari di Mandolini (i genitori nel frattempo sono morti) è delusa.

«NEL REPARTO di Marco qualcuno sa - dice il fratello Francesco – qualcuno conosce cose che potrebbero essere utili alla verità. Ma nessuno parla. La verità è stata sepolta da una silenziosa omertà». L’anniversario di quest’anno sarà un momento intimo per i Mandolini. «Verremo a salutare Marco sulla lapide che lo ricorda, là sulla scogliera in cui lo trovarono cadavere e dove ancora chi gli voleva bene lascia dei fiori».