Gabriele Congia è titolare del ristorante 'Mistura fina'
Gabriele Congia è titolare del ristorante 'Mistura fina'

La Spezia, 20 gennaio 2021 -  «Quando telefon o in banca, mi dicono: stiamo controllando i documenti, appena la pratica sarà completa le faremo sapere. I mesi però passano e io quei soldi, 25mila euro garantiti dallo Stato, non li ho ancora visti". Gabriele Congia, una vita da ristoratore alle spalle, più che arrabbiato è scoraggiato. E’ consapevole, certo, di quanto sia difficile dare risposta a tanti piccoli imprenditori messi in ginocchio dalla crisi, ma la realtà è che il suo ristorante ‘Mistura Fina’ di via Persio rischia di non poter più rialzarsi, anche perché le alternative al servizio al tavolo, cioè l’asporto e la consegna a domicilio, non bastano da sole a far quadrare i conti. Il suo è uno dei tanti casi in cui le sbandierate opportunità del credito agevolato e ‘veloce’ non sono state pari alle aspettative.
 

Una storia professionale cominciata tanti anni fa quella di Gabriele, quando appena diciassettenne lasciò la sua Sardegna e raggiunse Milano in cerca di fortuna. Con idee ben precise: coltivare e mettere a frutto la sua passione per la cucina e la ristorazione. Gli andò bene, perché nel capoluogo lombardo non solo trovò lavoro riuscendo poi a mettersi in proprio aprendo un locale tutto suo, ma completò anche gli studi da ragioniere, ottenendo il diploma. Professionista competente e stimato, per un certo periodo guidò anche l’associazione dei ristoratori della sua zona. "Erano altri tempi, certo - racconta a La Nazione Congia, oggi iscritto a Confartigianato – ma le opportunità non mancavano, tra l’altro io fu tra coloro che parteciparono al progetto dei Navigli come luogo di ristorazione alternativa, una novità a quei tempi. Eravamo molto attivi, anche nella battaglia per il riconoscimento del giorno di chiusura settimanale. Con me lavoravano i miei due figli, Stefano e Monica. Poi un giorno decidemmo di lasciare il ristorante a loro e con mia moglie ci trasferimmo al mare, a Spezia, dove abbiamo aperto il locale di via Persio, specializzato in cucina sarda. Anche qui le cose si erano messe abbastanza bene tanto che con noi collaboravano quattro dipendenti. Poi è arrivato il Covid e tutto è cambiato, il personale abbiamo dovuto lasciarlo a casa, limitandoci a lavorare, con mia moglie Cida, quel poco necessario a tenere in piedi la baracca".
 

Su quanti aiuti ha potuto beneficiare?
"Guardi, finora ho preso per due volte, a marzo e aprile dell’anno scorso, seicento euro, poi più niente". E il prestito in banca? "Ho chiesto 25mila euro a un’importante banca, speravo che fosse una pratica veloce, come mi era stato detto. Invece non riesco a venirne a capo. Il tempo passa, e tutte le volte dalla banca, dove pure mi conoscono bene, mi dicono che occorre completare la pratica, che manca questo o quel documento. All’inizio mi hanno contestato di aver rivolto la domanda all’indirizzo sbagliato. Insomma un’odissea".
 

E nel frattempo?
"Tiro avanti come posso, le chiusure sono state una mazzata. Ora è tornata la zona arancione, un disastro. Sia chiaro però: capisco benissimo la situazione, anch’io tengo alla mia salute e a quella dei miei famigliari, ma con le consegne a domicilio non si campa, chi si incarica del servizio oltretutto chiede il 30%, e poi ci sono i tre euro della transazione, come si fa?".
 

Altre agevolazioni?
"C’è lo sconto sulla Tari, ma io pago oltre duemila euro di fatto senza produrre reddito, perché, mi dicono, la tariffa viene determinata in base allo spazio del locale. Lo sconto c’è, è vero, ma quello incide solo sulla parte variabile della tassa e con quello cosa risolvo? Finora ho lavorato, con mia moglie, solo per pagare l’affitto".
 

Franco Antola