
La direttrice di Balletto Civile ha firmato le coreografie della Prima "L’atto creativo è sempre più difficile, perché si punta a fare cassetta". E sulla questione femminile: "Il patriarcato è tra noi. Bisogna osare".
Il nome di Michela Lucenti figura in bella mostra nel libretto della Prima del Teatro alla Scala di Milano 2024-25, che ha mandato in scena il 7 dicembre ‘La forza del destino’: è lì, insieme a quello del direttore Riccardo Chailly e del regista Leo Muscato. Proprio quest’ultimo ha voluto con sé la spezzina in questa avventura, per curare le coreografie del melodramma verdiano. Direttrice di Balletto Civile dal 2003, coreografa e danzatrice, Lucenti ha iniziato con la ginnastica artistica, poi ha fatto danza a Genova e – prima di affrontare il Teatro Stabile, l’apprendistato e quindi la specializzazione – è passata attraverso Loredana Rovagna. Ed eccola a 24 anni già a capo di una compagnia, nel 1995, L’Impasto. Agisce con la parola, in un impegno fisico. Sono danzatori e pure atleti i sei membri stabili di Balletto Civile, mentre altrettanti la seguono; nessuno è spezzino, ma tre di loro hanno fatto della Spezia la loro città.
Una Prima emozionante nel capolavoro di Verdi?
"Avevo già lavorato con Muscato, anche in un’opera, nella ‘Bohème’ a Macerata – esordisce Michela Lucenti –. Dopo aver dialogato con lui ero spaesata, perché non vi erano dei danzatori da gestire, ma coristi e mimi, 130 elementi. Con il sostegno del mio compagno e assistente, Maurizio Camilli, è stato splendido lavorare con il regista, lui aveva una parola giusta per tutti. Durante lo spettacolo inaugurale è stata una sensazione forte, ma è più un avvenimento che altro. Il giorno dopo ho ripensato al momento inaspettatamente fortunato che sto vivendo".
Ad aprile e a giugno, ha conquistato due premi, entrambi nel contemporaneo, ma in contesti diversi. Le danno fiducia nel futuro?
"Il riconoscimento di quanto presentato mi dà gioia, consapevole di dare una possibilità ai linguaggi più aperti di avere spazio. Un futuro che continuerà a vedermi nelle vesti di coreografa e danzatrice, perché, a differenza di chi si esprime nell’ambito del classico, il contemporaneo ti consente di esprimerti fino a 70 anni, perfino accrescendo le tue abilità".
È fiduciosa anche sul futuro della danza alla Spezia?
"Stufi di attendere spazi concessi dalle amministrazioni comunali e regionali liguri, come invece capita in altre aree geografiche, quando non siamo in giro ci alleniamo in un locale di 80 metri quadrati in viale San Bartolomeo. Attualmente siamo alle prese con Don Giovanni, poi ci sarà Euripide. Sto facendo un grande lavoro in Emilia, in particolare a Bologna, per aiutare le nuove generazioni a comprendere come si inizia a creare. In questi anni arte e teatro contemporaneo hanno sempre faticato, ora più che mai ci sono pochi teatri disposti a rischiare. Trent’anni fa io ho debuttato in luoghi importantissimi, magari facendo delle ingenuità, ma tutto mi ha portato a quello che sono. Adesso i teatri pubblici vogliono soprattutto fare cassetta".
A quale performance è legata in particolare?
"Oltre alle operazioni situazioniste, nelle quali danziamo in mezzo al traffico per conquistare il cittadino, andiamo nei grandi musei di Vienna e Parigi. E post Covid, dopo aver sofferto terribilmente la mancanza dell’atto creativo, mi sono inventata dieci piccole serre con dentro un danzatore, installate in alcuni punti della città, con il respiro a far da condensa per nascondere sempre di più il performer".
Torniamo alla collega coreografa Rovagna: conoscendo i concetti differenti che vi contraddistinguono, avete legato?
"Lei è l’eccellenza, se si vuole crescere. Una tappa fondamentale, per me. Alla Spezia è la migliore se si vuole fare della danza una professione. Però, vista la mia voglia di ibridare, all’inizio dei Novanta, ero per lei una specie di punk".
Balletto Civile, non è un nome a caso, vero?
"Il nostro è un agire ad ampio raggio, che passa dall’arte alla salute, fin da quando siamo nati. Per questo per me è naturale passare dal Teatro alla Scala a insegnare ad allievi psichiatrici: un’esperienza che ha meno risonanza ma non di minore importanza. Il corpo è un atto di testimonianza scenica, così ci muoviamo anche in carcere, facendo contaminare le realtà più disparate".
Anche una lotta per la questione di genere?
"Le donne devono farsi sempre più avanti. Poi non è vero che fra noi non riusciamo a collaborare. Dateci la possibilità e uniremo le energie. Ho avuto la sfortuna di avere vicino una persona vittima di uno stalking potente, la sensazione è che si sia fatto ancora poco. Davanti a prove reali non bastano l’allontanamento e il cosiddetto ‘braccialetto elettronico’, ma una perseguibilità immediata. L’uomo crede erroneamente di poter decidere della vita di una donna, un concetto antropologico che però non vale viceversa, al di là di rarissimi casi. ‘Tu non puoi andare via’, pensano e dicono. ‘Tu sei roba mia’, seppur in realtà non lo sei mai stata. È assurdo. C’è grande attenzione al ‘transfemminismo’, difendendo le diversità, dando però purtroppo come superato ciò che invece resiste, nel rapporto tra uomo e donna: il patriarcato. Serve prevenzione e non aver paura di andare giù duri".