Susanna Raule All’apparenza non ci furono sviluppi. Poi, verso la fine di giugno gli portarono in ufficio, a tradimento, una vittima della movida. A tradimento, perché il commissario Sensi non aveva l’abitudine di interagire con la cittadinanza, a meno che la cittadinanza non fosse morta. Fu un agguato dell’ispettrice Riu, che lo riteneva troppo poco coinvolto nella vita della questura – e che non aveva mai accettato che riuscisse a lavorare si e no quattro ore al giorno. La persona che spinsero nel suo ufficio era una quarantenne molto abbronzata, molto magra e con addosso una camiciola che sembrava un’assonometria trimetrica di tulle, stoffa fantasia e tessuto stretch. "Il commissario adesso può riceverla" annunciò la voce della Riu. Non entrò nemmeno, quella vigliacca. Mollò lì la cittadina e si eclissò prima che Sensi potesse reagire. L’assonometria si fermò sulla soglia e strizzò gli occhi. Una reazione normale, dato che la stanza era buia e aveva un’unica fonte di luce, l’abat-jour sulla scrivania. "Prego, si accomodi" disse il commissario, fingendo di non notare lo sconcerto della sua ospite. Le indicò le sedie ingombre di rapporti, faldoni, cartellette e persino vecchi reperti. "Lei è davvero il commissario?" Non era una domanda insolita, ma alla lunga annoiava. Sensi la ignorò. "Prego, mi dica". Fin lì tutto si era svolto...

Susanna Raule

All’apparenza non ci furono sviluppi. Poi, verso la fine di giugno gli portarono in ufficio, a tradimento, una vittima della movida. A tradimento, perché il commissario Sensi non aveva l’abitudine di interagire con la cittadinanza, a meno che la cittadinanza non fosse morta. Fu un agguato dell’ispettrice Riu, che lo riteneva troppo poco coinvolto nella vita della questura – e che non aveva mai accettato che riuscisse a lavorare si e no quattro ore al giorno. La persona che spinsero nel suo ufficio era una quarantenne molto abbronzata, molto magra e con addosso una camiciola che sembrava un’assonometria trimetrica di tulle, stoffa fantasia e tessuto stretch.

"Il commissario adesso può riceverla" annunciò la voce della Riu. Non entrò nemmeno, quella vigliacca. Mollò lì la cittadina e si eclissò prima che Sensi potesse reagire.

L’assonometria si fermò sulla soglia e strizzò gli occhi. Una reazione normale, dato che la stanza era buia e aveva un’unica fonte di luce, l’abat-jour sulla scrivania.

"Prego, si accomodi" disse il commissario, fingendo di non notare lo sconcerto della sua ospite. Le indicò le sedie ingombre di rapporti, faldoni, cartellette e persino vecchi reperti.

"Lei è davvero il commissario?"

Non era una domanda insolita, ma alla lunga annoiava. Sensi la ignorò. "Prego, mi dica".

Fin lì tutto si era svolto come di prassi, ma fu allora che l’assonometria tirò fuori una grinta inaspettata. Prese la grossa borsa che portava a tracolla e la rovesciò sulla scrivania.

"Guardi qua! Un vestito di Pony tutto macchiato! Pure il reggiseno, guardi! I leggings da buttare!".

Sensi osservò i capi di vestiario. Un vestito color jeans maculato, un reggiseno di tulle nero taglia zero e una cosa, una fascia elastica, un manicotto, un... paio di fuseaux?

Si diede una grattata alla nuca e riportò lo sguardo sull’assonometria sua ospite.

"A meno che non mi abbia scambiato per l’ufficio resi di Zara, dovrà spiegarsi meglio".

"Ma quale ufficio resi! Quella zoccola ci ha annaffiati di candeggina! Mi è finita pure sui capelli, negli occhi!".

Sensi sospirò.

"Okay, mi racconti con calma".

Gli servirono venti minuti per capire che la sera prima qualcuno aveva versato della candeggina giù da una finestra, centrando l’assonometria e i suoi amici, e macchiando i loro vestiti.

"Che ore erano?"

"No, presto! Al massimo l’una. Il limite per la musica sono le due, lo saprà".

Sensi non sapeva proprio niente, ma supponeva che per qualcuno l’una di notte del martedì sera non fosse “presto”.

"E chi sarebbe la zoccola?".

La sua visitatrice non sembrò imbarazzata per il linguaggio usato con un pubblico ufficiale. "Ma che ne so, una delle vecchie carampane dell’Rsa Centro storico!".

Ed era vero che la maggior parte dei residenti del quartiere Prione non cadeva nel percentile più giovane della popolazione, ma essere paragonati agli ospiti di una residenza sanitaria assistenziale non li avrebbe resi felici.

"Intendevo: la conosce? Potrebbe identificarla?".

"Lei non l’ho vista, ma le so dire la finestra".

Sensi si domandò come facesse a sapere che si trattava di una donna, se non l’aveva vista. Non lo chiese. Invece sospirò di nuovo e chiese dove si fosse svolto il crimine.

Purtroppo era il vicolo di Levi.

"Giustino, devo farti una domanda che forse ti sembrerà troppo personale".

Levi rise. "Alla mia età, caro mio, non ho più segreti scandalosi da difendere".

"Ottimo. Ieri notte hai per caso rovesciato una bottiglia di candeggina su delle persone chiassose? Dalla finestra?".

Levi rise di nuovo. "Movidari? No, quando si fanno troppo arroganti gli sparo con il liquidator. Ma è caricato ad acqua, lo giuro".

Sensi cercò di non ridere. "Un liquidator?".

"In realtà si chiama Barracuda. Ha una gittata di quindici metri. Vuoi vederlo?"

Sensi aveva già un’immagine in technicolor di Levi, un settantenne segaligno dai baffi bianchi e dall’eleganza un po’ retrò, acquattato come un cecchino dietro una persiana, con un fucile ad acqua in mano: non aveva bisogno di vedere niente.

"Ehm, no. Non credo che sparare alla gente con il liquidator sia un reato, ma non si sa mai. Se poi venisse fuori che lo è, preferisco fingermi all’oscuro. Ma qualcuno nella tua via ha usato la candeggina. Il vestito dell’assonometria trimetrica – sarebbe una dei cittadini coinvolti – si è macchiato. Cioè, era macchiato anche prima, ma dopo la candeggina le macchie hanno perso la loro armonia".

"Capisco. Be’, non sono un delatore, ma credo che sia un approccio sbagliato. Controproducente".

"Ma non condannabile da un punto di vista etico" lo provocò Sensi.

"Mettiamola così: chiunque sia il compagno residente...".

"Sì, sì, è solo un compagno che sbaglia. Per fortuna so già chi è, mi hanno indicato la finestra: visto che non è la tua, sarà quella della tua vicina di casa".

Levi si rifiutò di confermare o negare. I possibili sospetti erano due, marito e moglie, ma la signora ammise con un sorriso innocente di aver lavato il davanzale della finestra, la notte di martedì.

"Non potevo immaginare che sotto ci fosse qualcuno. Era piuttosto tardi."

L’appartamento era accanto a quello di Levi, ma il palazzo non era lo stesso. Questo era stato ristrutturato da zero e gli interni sembravano disegnati da uno bravo.

"Che ore potevano essere?" chiese Sensi continuando a guardarsi attorno. Le finestre erano nuove, con i doppi vetri, l’aria era filtrata da un condizionatore.

"Sarà stato poco dopo l’una. Eravamo rientrati da teatro, vero Gianmaria?"

"Sono ottentotti. Zulù" borbottò Gianmaria. "Non intendo africani" aggiunse, dando per scontato che Sensi fosse incolto, sì, ma non razzista.

"Lo spettacolo è finito a mezzanotte, poi siamo andati a mangiare un boccone". Buttò lì il nome di uno dei ristoranti più cari della città. Sensi iniziava a simpatizzare con l’assonometria e i suoi amici.

Ma impuntarsi era inutile. "Cerchiamo di venirci incontro, che ne dite? Definiamolo un incidente. I vestiti della rimostrante sono danneggiati e credo che risarcirla sarebbe un gesto apprezzato".

La signora non ne sembrò felice, ma accondiscese. "Dovrà farmi vedere gli abiti e fornirmi una valutazione".

"Sono un pubblico ufficiale: vessare i cittadini con la relativa modulistica è il mio lavoro" sorrise Sensi. Tirò fuori i vestiti e un elenco con il costo di ogni indumento, verificato grazie al certosino lavoro dell’ispettrice Riu. Rosanna era stata deliziata di collaborare alle indagini. La signora li esaminò. Usando una matita, spostò i leggings da un lato. Ignorò il reggiseno. I suoi occhi piccoli e scuri si appuntarono sul vestito Marberto Pony, prezzo di listino 450 euro, e mandarono un lampo di piacere.

"Questo è un’imitazione!"

Uscendo, Sensi giurò a se stesso che mai, mai più, si sarebbe lasciato coinvolgere dalla guerra in corso nel centro città.