I caschi blu italiani al confine tra Libano e Israele (foto Giuseppe Cabras/NewPressphoto)
I caschi blu italiani al confine tra Libano e Israele (foto Giuseppe Cabras/NewPressphoto)

Shama (Libano), 30 marzo 2018 - Una missione che ha preso il via nel mese di ottobre e che si concluderà ad aprile. Sei mesi trascorsi di nuovo sotto la guida italiana, con il generale della Folgore Rodolfo Sganga a capo del Sector West in terra libanese e con il colonnello Christian Margheriti a guidare il settore Italbatt.

Il primo nella base di Shama, il secondo in quella di Al Mansouri, quest’ultima interamente assegnata ai cavalieri paracadutisti del “Savoia” di stanza a Grosseto. I compiti sono quelli definiti dalla Risoluzione Onu 1701: il controllo del rispetto degli accordi raggiunti tra Libano e Israele. Insieme alla striscia sulla quale si sta realizzando la Blue Line, l’area custodita dalla base 1-32 Alfa a sud di Al Naquora è quella più delicata, perché è quella all’interno della quale possono accadere (o non accadere) cose in grado di cambiare il presente e il futuro di entrambi i territori.

E’ qui, infatti, che i rappresentanti militari libanesi e quelli israeliani si incontrano per prendere accordi o per verificare se l’uno o l’altro hanno rispettato quelli siglati in precedenza. Non da soli, ovviamente. La base è quella dove si svolge il tripartito e la terza “sedia” è quella sulla quale si siede il comandante Unifil. Almeno una volta al mese, intorno allo stesso tavolo, si fa il punto della situazione, punto che non è quasi mai pacifico e condiviso e che, invece, spesso parte che reciproci scambi di accuse su violazioni – vere o presunte che siano – di ciò che era stato messo nero su bianco.

L’attività di mediazione del comandante dei caschi blu è fondamentale. Sempre. Del resto, qui si discute su come e dove far transitare la linea di confine fra i due Stati, ovvero sul punto più controverso dei loro rapporti. Comunque, non certo senza fatica e dopo anni di lavoro, i piloni blu sono stati sistemati, benché ancora manchi un vero accordo su almeno 14 zone di confine nelle quali ognuno dei due Paesi resta convinto che spostare di alcune centinaia di metri il tracciato possa fare la differenza. E poi neanche laddove le decisioni sembrerebbero definitive ci si priva di tenere alta l’attenzione dell’altra parte. Ad esempio, a Israele pare non sufficiente avere un confine segnato geograficamente o con una rete metallica. No, pare che lì si sentano più sicuri se protetti da un muro e quindi hanno deciso di tirarlo su. Piastre di cemento armato alte nove metri, per dire. Va da sé che la cosa è tutt’altro che ben vista nel Paese dei cedri. E allora? Allora ci devono pensare gli uomini del Savoia.

Come? Con l’operazione “Night’s watch”, un ulteriore pattugliamento che ogni giorno, dallo scorso 7 febbraio, si preoccupa di garantire che le rimostranze libanesi restino solo verbali. E tanto per dire in quale clima si portino avanti le riunioni del tripartito iniziamo da come si arriva e poi come ci si siede al tavolo.

Anzi, partiamo da come è strutturata la base. Questo è l’unico punto dove i due Paesi si incontrano e dove intavolano trattative ufficiali. La base sta sul confine e per entrare serve comunque un permesso speciale anche a tutti quei militari che non siano assegnati lì. Se entri da nord, quindi dal territorio libanese, il controllo te lo fanno i militari della Laf, mentre se entri da sud devi chiedere il permesso a quelli israeliani. Una volta dentro, ti trovi in una specie di zona franca. E’ sede di trattative così come può accadere – e accade – che sia il luogo dove i due Paesi accompagnano cittadini dell’altro Stato non graditi o anche arrestati. La “riconsegna” dell’ospite indesiderato avviene lì. Nel giorno fissato per le riunioni le delegazioni dei governi arrivano ovviamente dal rispettivo Paese. All’interno della base – di fatto, se paragonata alle altre, minuscola – ci sono due diversi servizi igienici (manco a dirlo: uno per i libanesi, l’altro per gli israeliani), due scalinate che conducono all’ingresso dello stesso edificio: da quella a sud salgono gli israeliani, da quella a nord i libanesi. L’unico spazio in comune, quindi, è la sala dove materialmente si svolge la riunione all’interno della quale ci sono cinque scrivanie disposte in maniera tale da formare una “t”.

Il comandante Unifil sta nel mezzo, le delegazioni si posizionano una davanti all’altra nella parte più lunga, ma questa volta gli israeliani occupano le sedie a nord e i libanesi quelle a sud. Un gesto di cortesia? No, il contrario. Tutti quanti vogliono mostrare le spalle al territorio dell’altro Stato. Un gesto per dire: non ti riconosco. E così, con questa atmosfera distensiva può iniziare il dialogo.

Il muro come “rinforzo” della Blu Line non è neanche l’unico spigolo da smussare, perché il confine i due Paesi lo vogliono ben definito anche in mare. In teoria, così come successo per i piloni blu sulla terra, un’ipotesi ci sarebbe pure, solo che Israele – in maniera unilaterale – ha spostato questa linea immaginaria sul mare di venti gradi verso nord, “mangiandosi” una porzione di mare che i libanesi rivendicano. Può sembrare un dispetto solo per il gusto di continuare a complicare le cose, ma in realtà in questo caso sotto sotto c’è ben altro. Perché proprio “sotto” a quello specchio di mare scippato c’è uno dei più generosi giacimenti di gas di cui si abbia notizia.

In attesa che la questione sia definita, Israele ha piazzato in mare una fila di nove boe che fissano il confine fino a sei chilometri e mezzo dalla costa e, in più, sempre in modo unilaterale, ha fatto sapere di aver previsto una “No sail zone” che costeggia il litorale verso nord per altri 500 metri. I libanesi un po’ se ne infischiano e siccome oltre al gas lì sotto c’è pure una gran quantità di pesce, succede spesso che qualche peschereccio faccia nottata nella zona interdetta scatenando, ovviamente, la reazione dei confinanti. Accade quindi che una motovedetta israeliana intervenga con un protocollo che più o meno funziona così: il primo avviso a fare inversione a “U” è un fascio di luce, in mancanza di un ripensamento parte un razzo illuminante e se ancora il capitano del peschereccio non desiste gli viene “recapitata” una bomba sonica. Il passaggio successivo è aprire il fuoco.

Ma quest’ultimo è un caso per fortuna raro. Di solito l’imbarcazione libanese raggiunge il proprio scopo con la fase tre: la bomba sonica fa sì un po’di spavento, ma soprattutto fa una strage di pesci che possono essere raccolti dal peschereccio in poco tempo e con nessuna fatica. Il “nemico” che ti fa un favore. Vuoi mettere la soddisfazione quando lo racconterai al bar agli amici?