Cristiano Biraghi durante l'intervista a La Nazione (Fotocronache Germogli)
Cristiano Biraghi durante l'intervista a La Nazione (Fotocronache Germogli)

Firenze, 4 ottobre 2018 - E' un tipo che non dà confidenza al primo incontro e neanche al secondo, insomma sta parecchio sulle sue, certe volte sfiorando il mutismo.

«Mia moglie Sara – dice Cristiano Biraghi – mi rimprovera perché è l’impatto che mi frega, insomma resto antipatico. Esempio: mi presenta qualcuno che conosce già, magari da tempo, e io non gli do relazione. Non parlo perché sono introverso, mica perché me la tiro, il fatto è che rispetto tutti ma mi apro con pochissimi. Loro sanno come sono davvero. Certo che magari dovrei imparare a essere più diplomatico, perché dico sempre quello che penso».

Biraghi mette subito in chiaro le cose – a scanso d’equivoci – e il cronista già immagina le zero virgola zero possibilità di far uscire un’intervista interessante. Ma è un errore. In 45 minuti Biraghi parla il giusto di calcio e abbastanza di se stesso.

«Sono i sentimenti quelli che contano – dice Biraghi – e nello spogliatoio ricordiamo sempre che abbiamo un lavoro da completare».

Per un ragazzo che si chiamava Davide.

«Esatto. Lui parlava poco, ma sapeva toccarti. Ci ha lasciato in eredità il rispetto, la passione e l’umiltà, ingredienti che noi cerchiamo sempre di mettere in campo. Ci possono essere errori tecnici, ma quelle tre cose non devono mancare. Mai».

Vero che in estate l’hanno cercata anche altre squadre?

«Mi voleva il Milan».

Com’è andata?

«Ho parlato con Pioli, ho chiesto se aveva fiducia in me e lui mi ha risposto di sì. Avere fiducia non significava mica avere il posto fisso da titolare, non chiedevo questo. Volevo sapere se ero di troppo, in quel caso avrei tolto il disturbo, ma ho capito subito che non era così».

E com’è andata con il Milan?

«Ho chiamato il mio procuratore e gli ho detto di rispondere no grazie, prima ancora di cominciare la trattativa».

Già un gol e due assist contro una rete e cinque assist della scorsa stagione. Più la convocazione in Nazionale. Scelta felice, quella di restare.

«Era quello che volevo, tutti qui sappiamo che c’è un cammino da completare, una partita dopo l’altra uscendo sempre dal campo con la maglia sudata, dopo aver dato tutto. I tifosi l’hanno capito e ci sono vicini, siamo orgogliosi di aver riportato entusiasmo. Il nostro è un dare per avere il loro contributo, la loro passione».

A proposito di Nazionale: il suo procuratore ha detto che in molti avrebbero dovuto rimangiarsi le cattiverie pronunciate sul suo conto.

«Ah sì? Ha detto davvero questo?».

Parola.

«Non leggo mai niente. Vivo con il paraorecchie e il paraocchi, sono abituato a seguire solo la mia strada. Ho trovato equilibrio, gli altri facciano e dicano quello che vogliono, io non li ascolto. Diciamo che sono impermeabile alle critiche e agli elogi, anche se ovviamente questi ultimi fanno piacere. Ma davvero mi isolo e ascolto i consigli di pochissime persone: il mio allenatore, lo staff, chi mi vuol bene davvero. Magari a qualcuno posso non piacere, pazienza, ma sono fatto così e non cambio. Del resto sono nato in un posto dove questa era la regola».

In che senso?

«Periferia di Milano, la vita lì non era in giacca e cravatta. Fin da ragazzino capivi che dovevi rispettare tutti, ma dare confidenza a nessuno».

Se non avesse sfondato nel calcio che mestiere avrebbe voluto fare?

«Il benzinaio».

Eh?

«Da piccolo mi piaceva come idea, a casa non avevamo attività di famiglia e allora... Ma poi ho capito che la mia passione era quella di fare il calciatore. E che magari potevo riuscirci».

Atalanta, Inter, Juve Stabia, Cittadella, Catania, Chievo, Granada, Pescara, poi la Fiorentina. A 26 anni ha già girato nove squadre.

«Ero in orbita Inter, restavo sempre in prestito un anno. Ma sono contento di aver conosciuto tante persone e aver fatto anche un’esperienza all’estero».

Confidenza agli altri poca, però.

«Di sicuro».

Parliamo di campo e anche di concorrenza. Ce n’è per tutti, compreso lei: Pioli considera Hancko un nuovo Milenkovic.

«La concorrenza è fondamentale per una squadra che vuole avere ambizioni. La stagione è lunga e ci possono essere momenti di crisi per chiunque. Il bello di questo gruppo è che ci sentiamo tutti titolari a prescindere da chi gioca di più o meno. E se ti applichi sempre al 100 per cento in allenamento poi dai il 110 per cento in partita. Giusto così, mi piace, il bene della squadra viene sempre prima dell’interesse del singolo».

Certo che il suo amico Gollini domenica stava per farle un pessimo scherzo.

«Quando ha respinto la palla l’ho infamato da lontano, ma posso permettermerlo, l’ho conosciuto in Nazionale e siamo in buoni rapporti... Poi la tecnologia mi ha dato il gol, meno male».

Certo che pochi difensori calciano le punizioni come lei: corso intensivo per disegnare traiettorie perfide?

«Il calcio è fatto di dettagli, con l’impegno si può sempre migliorare».

Anche la sua fase difensiva può migliorare?

«Certo che sì, sono più portato ad attaccare e un po’ meno bravo a difendere. Lo so bene. Dipende dagli avversari, dalle situazioni, dovrò crescere ancora da questo punto di vista. Il mio istinto comunque è quello di spingere e il modulo di Pioli in un certo senso mi incoraggia».

Domenica c’è la Lazio e in trasferta avete messo insieme solo un punto in tre partite...

«Abbiamo giocato contro Napoli, Samp e Inter, squadre di alto livello. Ma le prestazioni sono state sempre buone e la Lazio sta vivendo un momento complicato dopo la sconfitta nel derby. E poi avrà anche l’impegno di Europa League. Se c’è un vantaggio cercheremo di prendercelo».

La società ha cambiato atteggiamento e ora interviene a gamba tesa a livello mediatico quando c’è necessità. La squadra si sente più protetta?

«Le dichiarazioni del presidente Cognigni dopo Milano e quello che è successo per Chiesa hanno colpito un po’ tutti. Sembra che la società ora sia più vicina alla squadra, ma la verità è che per noi il sostegno non è mai mancato. Ci siamo sentiti sempre protetti».

C’è qualcuno che vorrebbe conoscere nel mondo dello sport?

"Federer. Vorrei sapere da lui come riesce a vincere sempre senza arrabbiarsi, urlare, insultare l’avversario, con il sorriso sulle labbra. Un mostro vero. E dico Federer ma penso ai tennisti più forti, sono dei robot. Invidio la loro concentrazione mentale, lì sei da solo e devi cavartela con le tue forze».

Appassionato di tennis?

«Molto. Quando ho un paio di giorni liberi vado a vedere i grandi tornei, sono stato a Parigi e Roma l’anno scorso. Sono amico di Cecchinato, una volta l’arbitro mi ha cacciato perché gli stavo dando consigli troppo da vicino, durante un match».

Film e libro della vita.

«Scarface, mi piacciono i film che parlano di storie di strada, vita vera. Tra i libri invece ricordo volentieri Open, l’autobiografia di Agassi».

Hobby personali?

«Mi piacciono i giochi di guerra alla play, ma ci sto poco sennò mi arrabbio. E magari litigo con mia moglie perché dice che sono antipatico».