di Stefano Cecchi Questo non è un articolo di sport, questo è un frammento di storia fiorentina che non si può confinare nei recinti stretti del calcio. Il 6 aprile del 1991, esattamente 30 anni fa, un ragazzo di 23 anni riuscì a fermare il tempo a Firenze, lasciando per qualche attimo la città sospesa fra l’irrealtà e la gioia. Durò pochi secondi ma per chi lo visse sembrò un’eternità. Il ragazzo si chiamava Roberto Baggio e questa storia per essere capita ha bisogno di un prologo. E’ l’estate del 1990 e Gianni Agnelli, come spesso capita a chi ha tutto ma non gli basta, vuol togliersi un altro sfizio. Invece che comprarsi un Klimt o un Dalì si è messo in testa di portare a Torino la tela più preziosa che il campionato di calcio espone, ovvero Roberto Baggio. Costui gioca nella Fiorentina e Firenze, che il bello lo sa apprezzare, lo considera della genìa del Beato Angelico e del Botticelli: un portatore sano di meraviglia. Così quando...

di Stefano Cecchi

Questo non è un articolo di sport, questo è un frammento di storia fiorentina che non si può confinare nei recinti stretti del calcio.

Il 6 aprile del 1991, esattamente 30 anni fa, un ragazzo di 23 anni riuscì a fermare il tempo a Firenze, lasciando per qualche attimo la città sospesa fra l’irrealtà e la gioia. Durò pochi secondi ma per chi lo visse sembrò un’eternità.

Il ragazzo si chiamava Roberto Baggio e questa storia per essere capita ha bisogno di un prologo. E’ l’estate del 1990 e Gianni Agnelli, come spesso capita a chi ha tutto ma non gli basta, vuol togliersi un altro sfizio.

Invece che comprarsi un Klimt o un Dalì si è messo in testa di portare a Torino la tela più preziosa che il campionato di calcio espone, ovvero Roberto Baggio. Costui gioca nella Fiorentina e Firenze, che il bello lo sa apprezzare, lo considera della genìa del Beato Angelico e del Botticelli: un portatore sano di meraviglia.

Così quando di fronte ai milioni di Agnelli il conte Pontello cede e lo vende alla Juventus, la città vive lo stesso sentimento di quando Napoleone voleva portarsi a Parigi i capolavori degli Uffizi. Ed esplode. Una rivolta dei ciompi 600 anni dopo alla quale partecipano tutti, ultras e pensionati, universitari e casalinghe, fabbri ferrai e neurochirurghi. Firenze è fatta così (o almeno lo era). Così quel 6 aprile di 30 anni fa si gioca Fiorentina-Juventus e nel giorno del primo ritorno a Firenze di Baggio la città fa ciò che spesso fanno gli innamorati traditi, mostrando al traditore magnificenza e crudeltà insieme.

La magnificenza di una curva che si disegna con lo skyline della città, lasciando tutti a bocca aperta per la più bella coreografia mai vista su un campo di calcio. E la crudeltà di quel diluvio di fischio che piove addosso al fedifrago senza tregua. Si: ogni volta che Baggio tocca palla, lo stadio esplode in un tuono di rancore misto a dolore. Roba da far tremare le vene ai polsi.

E a Baggio le vene tremano, eccome. Marcato a vista da Salvatori, Roberto non gioca bene. Tocchi leggeri, passaggi sbagliati, uno smarrimento palpabile. Ma siccome il destino sa costruire bene le sue giornate perfette, ecco a inizio ripresa il suo segno: con l’unica giocata da campione, Baggio sguscia via in area, salta Salvatori che lo trattiene, è rigore.

La Fiorentina sta vincendo per 1-0 grazie a un magnifico gol su punizione di Fuser, ma quel rigore può ora rimettere in gioco tutto. Lo stadio si zittisce.

Tocca proprio a Baggio tirarlo. Lui esita. Sembra stia pensando a quella scena di "C’era una volta in America", quando Deborah dice a Noodle De Niro: "L’unica cosa che ci resta è il ricordo, se calcerai quel pallone non resterà nemmeno quello". Fatto sta che il divin codino si avvicina a Julio Cesar e gli dice: "Io non lo tiro".

Così sul dischetto va De Agostini ma Mareggini, portiere viola destinato quel giorno a restare anche lui nella storia, vola sulla sinistra a intercettare il tiro e a respingerlo.

Si resta sull’1-0. Esplode lo stadio. E in quel fragore di gioia riconquistata, ecco l’ultima scena, quella che vale l’articolo di oggi.

Al 20°del secondo tempo, dunque, vista la prova scarsa, Maifredi richiama Baggio in panchina. Roby esce a testa bassa mentre tutto lo stadio lo accompagna fuori con boati di scherno: stavolta hai perso tu. Invece sta per vincere come mai. E’ ancora il destino a tendergli la mano. Lo fa grazie a un tifoso che dalla tribuna getta sul suo percorso una sciarpa viola. Qualsiasi altro l’avrebbe ignorata.

Lui no. Lui da sempre segue l’irrazionale, mica la logica. Così la raccoglie e la mette al collo. Il viola a coprire il bianconero. La passione sopra l’interesse: allora senti sempre nel cuore il richiamo di Firenze? Eccolo il momento destinato a restare per sempre. Lo stadio è come percorso da una scossa elettrica, improvvisamente si tace. Poi, come d’incanto, tutto il fragore riappare. Ma ora è altro. Ora dagli spalti viola sono applausi scroscianti come pioggia di novembre. Ora è amore, non è odio sportivo di rivalsa.

Chi prima urlava contro di lui, stavolta piange per il campion prodigo ritrovato. Non c’è più calcio, non c’è più sport, c’è solo passione e senso di appartenenza.

Baggio e Firenze. Come Penelope che ritrova Ulisse, Florentino e Fermina, Paolo e Francesca, "Amor, ch’a nullo amato amar perdona": e chi quel giorno non gli ha perdonato?. Finisce 1 a 0 per la Fiorentina, finisce con Roberto Baggio abbracciato dalla città intera a santificare un amore che sarà per sempre. "Speravo di morire prima", scrisse all’Olimpico un tifoso disperato nel giorno dell’addio di Totti al calcio.

"Meno male che siamo nati prima", scriviamo oggi noi cuori viola, felici di avere visto in quel giorno di 30 anni fa ciò che nel calcio difficilmente sarà ripetibile.