Orecchie da mercante al grido di Hollberg

La direttrice di un museo pubblico utilizza un'espressione volgare per definire Firenze, suscitando polemiche. Si discute sull'opportunità di un rappresentante culturale che offende la propria città. Si evidenziano anche i problemi dell'overtourism e del degrado artistico.

Cecilie non crediamo nemmeno si voglia candidare, come invece potrebbe fare il suo ex dirimpettaio Schmidt, ora a Capodimonte ma con il sogno di tornare magari al Bargello unito all’Accademia. E sì, potremmo parlare ore sull’opportunità o meno che una rappresentante del mondo culturale, direttore di un museo pubblico, utilizzi un’espressione volgare per definire Firenze, il luogo che il mondo ci invidia.

Ma concentrarsi sul singolo termine è come guardare il dito e non vedere la luna. E questo non significa sdoganare le offese alla città, perché spesso un male tutto italiano è proprio quello di difendere poco il Belpaese, le sue meraviglie, i suoi valori espressi nei più disparati campi della vita sociale.

Peraltro la direttrice aveva già utilizzato l’identica frase durante un dibattito organizzato da La Nazione sui problemi connessi all’overtourism, alla desertificazione del centro e all’immagine di degrado offerta da certi esercizi commerciali che riducono i capolavori dell’arte rinascimentale a volgari gadget.

Dalle calamite fosforescenti con i genitali o le natiche del David, ai grembiuli con la Gioconda (custodita peraltro altrove), alle maschere veneziane. Che di identitario non hanno un granché, ma sembrano impossibili da vietare anche in centro, area Unesco, dove non si può giustamente piazzare un cartello differente nel rispetto della tradizione storico-culturale della città. In quell’occasione Hollberg lo disse pubblicamente, noi lo riportammo e nessuno si indignò. D’altraparte la campagna elettorale era ancora lontana.

Ma quell’evento voluto alle 7 di mattina in una piazza della Signoria deserta per poterne ammirare la bellezza, fu l’atto finale di un dibattito sulla città, ospitato dal nostro giornale , che attirò i commenti di autorevoli esponenti - primo fra tutti lo storico Antonio Natali che parlò di una Firenze ‘posseduta’ che pensa solo a far soldi - e di tantissimi fiorentini. Donne e uomini che, ci scrissero, non si riconoscevano più nella loro accogliente (non solo per i turisti) Firenze. E che ancora oggi fanno i conti con case introvabili, se non per gli Airbnb, botteghe scomparse a favor di paninerie e quello scempio dell’arte stampata su magliette e ombrelli.