Una sala operatoria (Imagoeconomica)
Una sala operatoria (Imagoeconomica)

Firenze, 8 marzo 2019 - Operata  alla testa per un tumore accanto all'ipofisi, M.G., oggi 62enne, architetto fiorentino di fama nazionale, ebbe l'asportazione solo di una parte, minima, del craniofaringioma. Intervento a Neurochirurgia di Careggi il 2 ottobre 2012 eseguito con una delle tre tecniche previste in questi casi, con approccio chirurgico "del tutto lecito e corretto. In linea con le consuete tecniche microchirurgiche", dicono i periti.

Ma purtroppo con un presunto errore manuale che provocò alla donna conseguenze devastanti: "nell'immediato, una vasta emorragia a livello fronto-temporale che poi lasciò spazio a un'ampia cavità da lesione del lobo frontale destro; in seguito, una 'sindrome frontale' caratterizzata da scarsa attenzione, fatuità, disturbi dell'affettività e comportamentali".

Quale sarebbe stato l'errore medico che di fatto avrebbe provocato una lesione e i successivi problemi, tanti e gravi?

"Verosimilmente una eccessiva pressione esercitata da una spatola inserita sulla base del lobo durante l'intervento chirurgico". Questa spatola rappresenta uno degli svantaggi della tecnica scelta per operare l'architetto. E' necessario inserirla per sollevare il lobo frontale. Purtroppo in questo caso "la contusione emorragica non può che essere stata determinata da una eccessiva pressione esercitata appunto dalla spatola posta sotto il lobo frontale durante l'operazione".

La professionista, che si è sottoposta anche a esami su eventuali deficit cognitivi, sostiene di aver accusato, dopo un prolungato periodo di degenza, "limitazioni del campo visivo di sinistra, conseguenti difficoltà nella deambulazione, soprattutto nel salire e scendere le scale, incontinenza urinaria, riduzione dell'olfatto, soprattutto un importante cambiamento sul piano cognitivo e comportamentale: rallentamento ideo-motorio, apatia, cambi di umore, sonnolenza marcata, rapido venir meno delle forze, difficoltà nella programmazione e nella conduzione delle attività intellettive, deficit di memoria, rallentamento nell'ideazione, tali da causare serie difficoltà a condurre l'attività lavorativa".

Fallito ogni tentativo di transazione extragiudiziale con l'Azienda sanitaria, il legale della donna, avvocato Vittorio Amedeo Francois, ha avviato una causa di risarcimento, prima davanti al giudice Niccolò Calvani, poi davanti al giudice Susanna Zanda (terza sezione civile). Il giudice il 14 marzo 2018 ha dato incarico al al professor Michele Cavallo, primario a Ferrara, e al medico legale Claudia Frignani, studio a Padova, di sottoporre la signora a consulenza tecnica medico-legale. Super partes. I consulenti sono stati chiamati a rispondere a 5 quesiti, tra i quali il nesso cosiddetto di 'causa-effetto' tra i trattamenti praticati, o omessi e la lesione della integrità fisica.

La donna chiede un risarcimento calcolato dal suo legale in circa 600 mila euro, ripartiti in danno biologico (postumi invalidanti, inabilità temporanea assoluta; inabilità temporanea parziale); danno 'da personalizzazione'; spese mediche sostenute; soprattutto danno da perdita della capacità specifica da lavoro (l'architetto ebbe un crollo del proprio reddito), oltre interessi e rivalutazione monetaria. Dopo il deposito della consulenza tecnica d'ufficio, previsto entro marzo, il giudice Zanda ascolterà eventuali precisazioni e memorie conclusive. Quindi la sentenza.

Giovanni Spano

 

 

 

 

 

Operata alla testa per un tumore accanto all'ipofisi, M.G., oggi 62enne, architetto fiorentino di fama nazionale, ebbe l'asportazione solo di una parte, minima, del craniofaringioma. Intervento a Neurochirurgia di Careggi il 2 ottobre 2012 eseguito con una delle tre tecniche previste in questi casi, con approccio chirurgico. Ma con modalità sbagliata, che provocò alla donna conseguenze devastanti: "nell'immediato, una vasta emorragia a livello fronto-temporale che lasciò poi spazio a un'ampia cavità da lesione del lobo frontale destro; dopo, una scarsa attenzione, fatuità, disturbi dell'affettività e comportamentali". Quale sarebbe stato l'errore medico che di fatto avrebbe provocato una lesione e i successivi problemi, tanti e gravi?

Questa spatola infatti rappresenta uno degli svantaggi della tecnica d'intervento adottata in questa occasione. Cioè appunto . La professionista, che si è sottoposta anche a esami su eventuali deficit cognitivi, sostiene di aver accusato, dopo un prolungato periodo di degenza, . Fallito ogni tentativo di transazione extragiudiziale con l'Azienda sanitaria, il legale della donna, avvocato Vittorio Amedeo Francois, ha avviato una causa di risarcimento, prima davanti al giudice Niccolò Calvani, poi davanti al giudice Susanna Zanda (terza sezione civile). Il giudice il 14 marzo 2018 ha dato incarico al al professor Michele Cavallo, primario a Ferrara, e al medico legale Claudia Frignani, studio a Padova, di sottoporre la signora a consulenza tecnica medico-legale. Super partes. I consulenti sono stati chiamati a rispondere a 5 quesiti, tra i quali il nesso cosiddetto di 'causa-effetto' tra i trattamenti praticati, o omessi e la lesione della integrità fisica. La donna chiede un risarcimento calcolato dal suo legale in circa 600 mila euro, ripartiti in danno biologico (postumi invalidanti, inabilità temporanea assoluta; inabilità temporanea parziale); danno 'da personalizzazione'; spese mediche sostenute; soprattutto danno da perdita della capacità specifica da lavoro (l'architetto ebbe un crollo del proprio reddito), oltre interessi e rivalutazione monetaria. Dopo il deposito della consulenza tecnica d'ufficio, previsto entro marzo, il giudice Zanda ascolterà eventuali precisazioni e memorie conclusive. Quindi la sentenza. giovanni spano