Firenze, 17 febbraio 2019 - Nella vita ordinaria l'amicizia è rara, ma si può incontrare il suo contrario, la sua alternativa, nello scrigno dei tesori ritrovati, come quello che in un certo senso è stato aperto domenica 17 febbraio a Firenze durante la “liturgia in memoria di Vezio e dei senza fissa dimora morti in questi anni”, celebrata nella chiesa di Santa Maria dei Ricci, in via del Corso, su iniziativa della Comunità di Sant'Egidio.

Insieme, i senza fissa dimora e i loro amici che si sono trovati nella corrente della vita ma non si sono fatti trascinare, per dare invece tempo a ciò che vale e rimane, come rose salvate dai rovi (al termine a tutti è stato donato un fiore), come oro da custodire gelosamente in uno scrigno che però rimane aperto: sono quelle storie, quei nomi, che escono proprio dal tesoro in cui sono state raccolte – è stato osservato nell'omelia – nel “fermarsi, avere del tempo, ascoltare, ricordarsi, visitare”, come faceva Gesù, “figlio dell'uomo”, che si identificò con quelli che non hanno dove posare il capo; come Sergio, come i primi amici conosciuti da Sant'Egidio alla stazione di Santa Maria Novella agli inizi degli anni '90; come Rossella che stava sotto i portici alla Santissima Annunziata; come Yvonne e Vinicio o Liliana e “l'amico che deve tornare a trovarmi”; come Nicolae che la sera pregava proprio a Santa Maria o Jaswinder che si è addormentato nell'androne di una casa a Montevarchi; come la bellissima Maura, sottratta dall'amicizia alla violenza della strada; come tutti gli amici salvati, nell'affetto, dalla dispersione.

Serena Fabbrini ha raccolto per questa memoria 93 storie e altrettanti nomi. Una candela è stata accesa per ciascuno di loro. Uscendo, sembrava di sentire la voce di Vezio, il cui volto era ritratto nella fotografia posta sulla balaustra, prima dell'altare, che a modo suo, ma molto concretamente, proteggeva gli amici che andavano a cercarlo, anche dando loro pacchetti di fazzolettini di carta: “Icché, un ti comodano?”. Anche in questo gesto era ed è custodita una beatitudine di mitezza e, con essa, la possibilità di un mondo più simpatico, più caldo, più umano.

Tutti, al termine della liturgia, sono stati accompagnati da una preghiera, riportata su un'immagine del “Discorso della montagna” consegnata in dono con i fiori: “Signore, che hai alzato i tuoi occhi verso di noi e hai chiamato beati i poveri, gli affamati, i perseguitati, dona anche a noi, tuoi figli, di gustare la dolcezza della tua amicizia. Tu solo sei il pane che sazia e la casa che ripara. Gesù, amico degli uomini, sii compagno lungo la via delle beatitudini, aiutaci a non stancarci mai di sperare, a vincere la rassegnazione, a sognare un tempo nuovo di misericordia e di felicità per la nostra vita e per quella di ogni uomo”.